di Redazione · Settembre 5, 2025
Una volta le piscine erano l’azzurro rifugio di chi non poteva permettersi il mare o di chi non voleva arrampicarsi in montagna. Bastava un tuffo e, per qualche ora, tutto sembrava leggero. Oggi, invece, rischiano di diventare la metafora di un Paese che affoga nei propri conti senza riuscire a restare a galla.
Lo raccontano i bilanci in rosso di Malo, Sandrigo e Creazzo. Lo testimoniano gli abbonati che hanno già pagato e rischiano di non ricevere nulla in cambio. Lo dimostrano le piscine di Vicenza, dove al problema dei costi si somma quello, ancora più spinoso, dei rapporti complicati tra gestore e Comune. Perché se l’acqua scarseggia, il dialogo manca del tutto: e senza intesa tra istituzioni e chi amministra gli impianti, anche una vasca olimpionica si riduce a una pozzanghera.
Eppure, nello stesso momento in cui molti chiudono, a Trissino si inaugura una nuova vasca e a Montecchio si riparte con entusiasmo. Una congiuntura strana: da una parte le saracinesche abbassate, dall’altra i nastri tagliati. Segno che il problema non è solo la crisi, ma come la si affronta: con visione o con improvvisazione.
Poi c’è Schio, che naviga nell’oro: bilanci positivi, organizzazione manageriale, chiarezza di obiettivi. Stessa provincia, stesso caldo, ma destini opposti. A ricordarci che non è la siccità ad asciugare i sogni, bensì la miopia.
Le piscine raccontano più dell’acqua che contengono. Raccontano di comunità che resistono o che si arrendono, di amministrazioni che programmano o che litigano. E ci ricordano che, almeno a Vicenza, più che bracciate servirebbe una riconciliazione. Perché l’acqua si può anche filtrare, ma i rapporti — se restano torbidi — non si chiariscono da soli.




