di Arrigo Abalti · Febbraio 14, 2026
Il lobbistal in ascesa. La politica lo chiama mercenario. E nel frattempo perde il treno
In Veneto i creator politici si contano sulle dita di una mano. Non perché manchino i talenti. Perché la politica li ha già bollati anche se ormai non ne può piu fare a meno: mercenari, yes-man, portavoce a pagamento. Così li tiene fuori. E così resta indietro.
C’è una parola che circola nei palazzi veneti quando si parla di chi sa usare i linguaggi della comunicazione per costruire consenso. Una parola che dice tutto sul modo in cui la classe politica regionale guarda questo fenomeno.
Mercenario.
Detto con una punta di sufficienza. Con quella diffidenza antica verso chi lavora per denaro invece che per convinzione. Come se l’autenticità fosse una questione di stipendio e non di competenza. Come se il professionista della comunicazione digitale fosse per definizione meno affidabile del funzionario di partito che ha fatto la gavetta nelle sezioni. Specie peraltro estinta da tempo.
È un errore. Antico nella forma, costoso nelle conseguenze.
Perché nel frattempo — mentre la politica veneta discute se fidarsi o meno di chi sa muovere una community — il lobbista lavora. Senza chiedere permesso. Senza aspettare di essere sdoganato da qualche segretario di partito che conta meno di un amministratore di condominio. Costruisce fiducia, orienta opinioni, sposta percezioni. Lo fa ogni giorno, su temi che toccano direttamente la vita delle persone: la sanità, la sicurezza, il lavoro, il territorio.
E lo fa spesso senza che nessuno lo abbia ingaggiato. Senza che nessuno lo abbia chiesto.
Questo è il punto che la politica veneta non ha ancora metabolizzato. Il lobbista digitale più efficace non è quello al soldo di una campagna elettorale. È quello che ha costruito la sua credibilità prima, lontano dalle campagne, senza il marchio di nessun partito addosso. Quando poi arriva il momento — un’elezione, un provvedimento, una battaglia politica — quella credibilità vale più di qualsiasi spot. Perché non sembra comprata. Perché non lo è.
In Veneto questi soggetti sono pochi. Pochissimi. Non per mancanza di talento digitale — la regione ne ha in abbondanza. Ma perché il meccanismo di selezione è rotto. Chi prova ad avvicinarsi alla politica con competenze digitali viene guardato con sospetto. Chi accetta un incarico di comunicazione viene etichettato. Chi resta indipendente viene ignorato finché non serve, e poi cercato all’ultimo momento, quando i giochi sono già fatti.
La politica veneta arriva sempre quando i buoi sono già usciti dalla stalla. Anche se adesso la stalla è tornata di moda.
Arriva a campagna iniziata, quando il racconto del territorio è già stato costruito da altri. Arriva a crisi scoppiata, quando l’opinione pubblica si è già formata sui social e sui media prima ancora che uscisse il primo comunicato ufficiale. Arriva a elezioni perse, quando si scopre che il candidato avversario aveva presidiato per mesi quegli spazi che si pensava fossero marginali.
E ogni volta la diagnosi è la stessa: non avevamo i canali giusti, non avevamo le persone giuste, non avevamo i tempi giusti. Diagnosi corretta, terapia sbagliata. Perché la risposta non è ingaggiare all’ultimo un professionista del digitale come si chiama un idraulico per la perdita d’acqua. La risposta è costruire prima. Investire nel tempo lungo. Capire che il consenso digitale non si compra in campagna elettorale — si guadagna nei mesi e negli anni precedenti.
Ma per farlo bisogna smettere di chiamare mercenario chi sa fare questo lavoro.
Il paradosso veneto è tutto qui. Una classe politica che ha costruito per decenni un modello di consenso territoriale tra i più solidi d’Italia — fondato sulla prossimità, sulla presenza, sulla fiducia guadagnata casa per casa — non riesce a trasferire quella stessa logica nel digitale. Perché nel digitale i mediatori sono diversi. Non hanno la tessera. Non hanno fatto la gavetta in sezione. Non rispondono al segretario provinciale. Sono liberi.
E allora si preferisce non usarli. O usarli male, tardi, con diffidenza.
Nel frattempo il lobbista cresce. Consolida la sua community. Diventa il punto di riferimento su certi temi per migliaia di persone che non leggono i comunicati stampa e non guardano i telegiornali regionali. Costruisce un capitale di fiducia che nessuna campagna elettorale potrà comprare in sei settimane.
Quando la politica se ne accorgerà, busserà alla sua porta.
Lui aprirà. Ascolterà. E poi farà quello che ritiene giusto.
Perché nel frattempo è diventato più forte di chi è venuto a cercarlo.



