Il sindaco indeciso

di Arrigo Abalti · Marzo 14, 2026

La tattica più antica del potere: fingere di cedere il trono per vedere chi ci sale sopra

 

Esiste un genere letterario minore, praticato nelle sacrestie e nelle sezioni di partito, nei corridoi dei municipi e nelle chat WhatsApp che si chiamano “Squadra” o “Amici” o, nei casi di maggiore fantasia politica, “Futuro”: si chiama la voce del passo indietro. Non è una notizia. Non è ancora una decisione. È uno strumento. È il bisturi con cui il potere apre il corpo della coalizione per vedere cosa c’è dentro. Moreno Marsetti, sindaco di Malo, sembra averlo affilato con cura.
La stampa locale riferisce oggi: Marsetti – forse – non si ricandida. Attenzione, Malo va al voto a maggio di quest’anno, quindi la notizia, se fosse vera, è già forte da sola. O forse è un ripensamento. La prudenza redazionale è comprensibile — la verità, in questi casi, non è mai quella che circola. La questione vera è il movimento che la voce provoca. E il movimento, a Malo, c’è già stato.

Machiavelli lo scrisse nel quinto capitolo del Principe con quella brutalità toscana che i politologi hanno poi annacquato in mille parafrasi: chi vuole sapere dove stanno i nemici deve fingere di abbassare la guardia. Il principe che si ritira svela la corte. Il sindaco che non si ricandida svela la maggioranza. È la stessa operazione, a distanza di cinquecento anni, con la differenza che al posto delle spade ci sono i whatsapp e le mezze parole e al posto dei condottieri ci sono i segretari di partito.
Berlato, Golo, Poggetta, Spillare. Quattro nomi che la stampa locale elenca con la neutralità dell’anagrafe, ma che nella grammatica del potere municipale sono tutt’altro che neutri. Sono i nomi di chi, nel momento in cui il sindaco ha lasciato socchiusa la porta, si è avvicinato alla soglia. Troppo in fretta, forse, per chi non ha ancora deciso di uscire davvero.

Sul fronte esterno la mossa è già avvenuta. Luciana Silvestri — nipote di Ermenegildo “Gildo” Zaccaria, sindaco di Malo negli anni Novanta, e quindi erede di una rendita simbolica che in certi comuni vale più di un programma elettorale — ha alzato la mano. La candidatura sarebbe certa, o quasi. Intorno a lei si agita l’armata civica: un oggetto politico composito, trasversale, con dentro pezzi di destra e di centrosinistra, anime civiche e persino l’ombra lunga dell’ex sindaco Paola Lain. Un listone che vorrebbe essere tutto per non essere niente di riconoscibile, e che punta a scalare il municipio dalla porta laterale, quella che i partiti tradizionali hanno smesso di sorvegliare.
Ma gli avversari esterni, nella politica di paese, sono decorativi. Sono il rumore di fondo. Il vero pericolo non ha mai il volto di chi ti sfida dall’altra parte della barricata. Il vero pericolo ha il volto di chi ti sorride in giunta.

I traditori interni — e in politica locale il termine non è eccessivo, è solo preciso — non rilasciano dichiarazioni. Non compaiono nei retroscena. Non si espongono. Hanno imparato, frequentando il potere da vicino, che la pazienza è l’unica virtù che il potere remunera davvero. Sanno dove sono sepolti i dossier, ricordano i voti promessi e non mantenuti, conoscono la differenza tra la versione pubblica di cinque anni di governo e quella che si racconta sottovoce al bar dopo il consiglio comunale.
Sono loro la variabile che Marsetti — se davvero sta giocando, e tutto suggerisce che stia giocando — vuole stanare. Perché un avversario che si rivela prima del tempo è un avversario già sconfitto. Chi mostra l’ambizione prima che il sindaco abbia firmato la sua rinuncia ha già perso la partita: sarà ricordato come quello che non ha aspettato, come quello che aveva il coltello già pronto. E in politica, avere il coltello già pronto è l’unica colpa che non viene perdonata.

C’è una scena nel Gattopardo che Tomasi di Lampedusa non ha scritto, ma che avrebbe potuto scrivere: il principe di Salina che annuncia di volersi ritirare a vita privata, e osserva in silenzio chi, tra i nipoti e i fedelissimi, inizia a muoversi verso la scrivania dello studio. Malo non è la Sicilia del Risorgimento, Marsetti non è il principe, e il municipio di Palazzo Zambon non è Villa Salina. Ma la meccanica è identica. Il potere che finge di cedere per misurare chi lo desidera troppo è la stessa di sempre, nella stessa Italia di sempre, con la stessa fauna politica di sempre.
La partita è aperta. Le candidature non sono annunciate. I giochi, registra la stampa locale con quella formula che sa di rituale, sono tutt’altro che chiusi.
Il sindaco guarda.
E chi sa guardare, in politica, non ha mai davvero intenzione di andarsene.​​​​​​​​​​​​​​​​

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