di Redazione · Dicembre 29, 2025
Dodici famiglie vicentine creano un modello per il “dopo di noi”: raccogliere risorse con trasparenza e garantire autonomia ai ragazzi quando i genitori non ci saranno più
C’è una domanda che ogni genitore con un figlio disabile si porta dentro come un peso silenzioso, una preoccupazione che non va mai via, che cresce con gli anni, che diventa più urgente mentre i capelli diventano bianchi: “Quando non ci sarò più io, chi si prenderà cura di lui? Starà bene? Sarà amato?”.
È da questa domanda – antica come l’amore, concreta come l’angoscia – che nasce il fondo “IoColibrì”, costituito formalmente presso la Fondazione di Comunità Vicentina per la Qualità di Vita da un gruppo di dodici famiglie vicentine. Dodici famiglie che hanno smesso di aspettare risposte dallo Stato e hanno deciso di costruirle da sole.
La storia
A raccontarla è Michela Rompato, presidente dell’Associazione IoColibrì: «Tra noi genitori ci conoscevamo da diversi anni perché la maggior parte dei nostri figli lavora insieme in alcune realtà non profit del territorio. Il tempo però passa e i nostri figli crescono: era venuto il momento di pensare al loro futuro».
Il tempo passa. I figli crescono. Ma per un ragazzo con disabilità, “crescere” non significa automaticamente diventare autonomo. Non significa poter vivere da solo, gestirsi, costruirsi una vita indipendente. E allora quella domanda – “chi si prenderà cura di lui?” – diventa ogni giorno più pressante.
«Chiaramente una delle tematiche più sentite dai genitori con figli disabili è pensare a chi un domani si prenderà cura di loro, se riceveranno amore e staranno bene: è questa la preoccupazione principale per il futuro» – continua Rompato. Non i soldi, non la casa, non l’eredità. L’amore. Staranno bene? Saranno trattati con dignità? Questo tengono sveglia la notte questi genitori.
E allora hanno fatto quello che lo Stato non fa: hanno pensato al futuro. Hanno costituito un’Associazione e hanno cominciato a lavorare, «in un’ottica del Durante Noi, a promuovere per i ragazzi delle esperienze di Vita Autonoma fuori dal contesto familiare».
Durante Noi. Non “dopo di noi”. Prima. Adesso. Mentre siamo ancora qui. Perché l’autonomia non si improvvisa, non si delega, non si compra all’ultimo momento. Si costruisce. Giorno per giorno. Esperienza dopo esperienza.
Il fondo
Ma costruire l’autonomia costa. Costa in termini di tempo, di energie, di competenze. E costa anche in termini economici. Servono strutture, servono educatori, servono progetti. E soprattutto – questo è l’obiettivo principale – serve una casa. Un’abitazione consona al progetto, dove questi ragazzi possano vivere insieme, supportati ma autonomi, integrati nel contesto sociale.
E qui viene il problema: dove prendere i soldi?
«Abbiamo la necessità di raccogliere fondi per garantire ai nostri figli la possibilità di una vita il più possibile autonoma e integrata nel contesto sociale» – spiega Rompato. Ma raccogliere fondi non basta. Bisogna farlo bene. Bisogna garantire ai donatori che quei soldi saranno usati bene, con trasparenza, con rigore, per lo scopo dichiarato.
Ed è qui che entra in gioco la Fondazione di Comunità Vicentina per la Qualità di Vita. Il passo successivo, dopo la costituzione dell’Associazione, è stato proprio l’attivazione del fondo presso la Fondazione QuVi.
«L’attivazione del fondo presso la Fondazione non solo ci solleva da una serie di gravose e costose incombenze amministrative, ma rappresenta una forma di garanzia molto importante per i donatori, sulla trasparenza e l’appropriatezza con cui saranno utilizzate le risorse raccolte. Inoltre la Fondazione ci fornirà un supporto anche in termini di competenze, per aiutarci a identificare la strategia migliore per le nostre finalità» – precisa la presidente dell’Associazione.
Traduzione: non siamo soli. Non dobbiamo improvvisarci contabili, amministratori, fundraiser. C’è qualcuno che ci aiuta, che garantisce per noi, che mette a disposizione competenze e strutture. E questo fa la differenza.
Il modello
Il fondo IoColibrì rientra nell’ambito della campagna “Il domani comincia da qui”, con la quale la Fondazione QuVi ha messo a disposizione della comunità uno strumento per aiutare le famiglie a pianificare il supporto futuro per i propri cari con disabilità o fragilità.
A spiegarlo è Nicol Gastaldello, coordinatrice della Fondazione QuVi: «È un fondo vincolato che permette di costruire una tutela concreta e sostenibile nel tempo per la persona con disabilità. È un fondo personale e dedicato, creato in seno alla Fondazione, che può essere alimentato nel tempo da chiunque voglia sostenere il progetto di vita di una persona con disabilità. È tracciato, sicuro e usato esclusivamente per il benessere del beneficiario».
Fondo vincolato. Personale. Dedicato. Tracciato. Sicuro. Sono parole importanti. Perché quando si parla di soldi destinati a persone fragili, la trasparenza non è un optional, è una necessità. È la garanzia che quei soldi – donati da parenti, amici, benefattori – arriveranno davvero dove devono arrivare.
E il modello è semplice: le famiglie costituiscono il fondo presso la Fondazione, che si occupa di tutti gli aspetti amministrativi e garantisce la corretta gestione delle risorse. Chiunque può contribuire: familiari, amici, chiunque voglia sostenere il progetto. E i soldi raccolti servono esclusivamente per quello scopo: garantire una vita dignitosa, autonoma, integrata, ai ragazzi con disabilità.
La domanda (che resta)
Questa è una bella storia. Una storia di genitori che non si arrendono, che non aspettano che qualcuno faccia qualcosa per loro, che si rimboccano le maniche e costruiscono il futuro dei propri figli. Una storia di solidarietà, di comunità, di responsabilità.
Ma è anche una storia che fa riflettere. Perché quella domanda – “chi si prenderà cura di lui quando non ci sarò più?” – non dovrebbe essere un’angoscia privata, risolta con l’iniziativa volontaria di dodici famiglie. Dovrebbe essere una questione pubblica, una priorità dello Stato, un dovere della collettività.
Invece, anche qui, come per gli anziani, come per la sanità, come per i servizi sociali, lo Stato arretra e i privati avanzano. Non i privati che lucrano, in questo caso. I privati che si auto-organizzano, che fanno da soli perché non c’è nessun altro che lo fa per loro.
Dodici famiglie vicentine hanno costituito un’Associazione, hanno attivato un fondo, hanno cominciato a raccogliere soldi per garantire ai propri figli una vita autonoma. Benissimo. Encomiabile. Ma perché devono farlo loro? Perché non c’è uno Stato che pensa al “dopo di noi”? Perché non ci sono strutture pubbliche, servizi pubblici, case pubbliche dove questi ragazzi possano vivere con dignità?
La risposta la sappiamo. Perché lo Stato non ha soldi. Perché ci sono altre priorità. Perché il welfare costa. E in tempi di tagli, le persone fragili sono sempre le prime a pagare.
E allora queste dodici famiglie fanno quello che possono. Costruiscono il futuro con le loro mani, con i loro soldi, con la loro determinazione. E creano un modello – il fondo vincolato presso la Fondazione – che può essere replicato, che può aiutare altre famiglie, che può fare scuola.
Ma resta quel sapore amaro. Perché “il domani comincia da qui”, sì. Ma quel domani dovrebbe cominciare dallo Stato. Non da dodici famiglie che si organizzano da sole.
Intanto, però, loro vanno avanti. Raccolgono fondi, costruiscono progetti, pensano al futuro. E mentre lo fanno, ci ricordano una cosa: che l’amore – quello vero, quello concreto, quello che si prende cura – non aspetta che qualcuno gli dica cosa fare.
Si rimbocca le maniche. E comincia.




