Quando muore un mito, resta il suo sguardo

di Arrigo Abalti · Settembre 16, 2025

Robert Redford: ribelle, idealista, libero. In un’epoca di eroi di plastica, il suo addio ci ricorda la differenza

 

È morto Robert Redford. Non uno degli attori, ma l’attore: il volto che ha raccontato l’America in tutte le sue contraddizioni. Il ragazzo ribelle di Butch Cassidy, l’idealista disilluso de I tre giorni del Condor, l’uomo libero di La mia Africa. In lui c’era la sintesi di una nazione che oscillava tra il sogno e l’inganno, tra l’eroe romantico e il cittadino tradito dal potere.

Redford non è stato solo cinema. È stato un’idea politica. Con il Sundance ha dato voce a chi non ce l’aveva, ha difeso l’indipendenza contro le major, ha incarnato quella libertà di espressione che negli Stati Uniti è sempre stata il termometro della democrazia.

E la sua scelta di invecchiare davanti alla macchina da presa, senza scorciatoie, è stata la più radicale delle battaglie culturali: mostrare che il tempo non è un nemico da nascondere, ma un compagno con cui fare i conti.

Il punto è che Redford, al contrario di tanti eroi di celluloide, non muore mai davvero. Perché il suo volto appartiene a un immaginario che resta. E in un tempo in cui la politica gioca solo di propaganda e di selfie, la sua lezione resta attualissima: la libertà non è un trucco di scena, è una scelta quotidiana.

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