di Arrigo Abalti · Agosto 9, 2026
Il numero che conta non è il sei-sette per cento. È cento milioni.
Il primo è il rendimento che i fondi si attendono investendo nelle residenze per anziani non autosufficienti, e spiega perché in Veneto si muovano oggi capitali francesi, svizzeri, italiani: Bnp Paribas su Istrana, Jesolo, San Martino di Lupari, Campodarsego; Swiss Life, Praemia, Euryale, Lifento; Ream sgr; e advisor che dalla Lombardia rappresentano più fondi contemporaneamente. Il secondo numero — cento milioni — è la cifra che, secondo Uripa, mancherebbe alla Regione per le impegnative di residenzialità. Roberto Volpe lo dice senza giri: il problema è sempre lo stesso.
Tenete i due numeri vicini, perché è lì che si gioca tutto.
L’impegnativa è il contributo pubblico sulla retta. In Veneto vale 565 milioni l’anno, copre il 76,5 per cento degli ospiti nelle residenze, e per il restante 23,5 per cento — quasi uno su quattro — la retta la paga interamente la famiglia. Su 33.924 posti accreditati nelle strutture residenziali e 2.002 nei centri diurni, con 36.597 posti teoricamente accreditabili, il margine formale c’è. Quello che non c’è è la copertura.
Ed è precisamente questo lo spazio in cui entra il capitale privato: non dove il pubblico è assente, ma dove il pubblico è presente a metà.
Il dato della tabella regionale andrebbe letto due volte. Nelle strutture residenziali i posti accreditati sono 18.300 privati contro 15.624 pubblici. Nei centri diurni il rapporto si rovescia: 1.057 pubblici, 945 privati. Il pubblico regge dove il servizio costa poco ed è leggero; arretra dove il servizio è pesante, continuativo, patrimonialmente impegnativo. Non è una scelta annunciata da nessuno. È una scelta avvenuta.
Chi opera nel settore lo dice con parole diverse a seconda della sponda. Gianluigi Rocco, per Numeria, chiede di snellire le procedure per le autorizzazioni: è la richiesta di chi ha i soldi pronti e trova davanti a sé la burocrastia regionale. Michele Basso, dall’Ipab di San Donà, chiede l’esatto opposto, cioè una cabina di regia che faccia un’analisi costi-benefici dei partenariati pubblico-privato in nome della trasparenza: è la posizione di chi teme che il perimetro venga ridisegnato mentre nessuno tiene la matita.
Sono due domande rivolte allo stesso soggetto. E il soggetto, finora, ha risposto con prudenza.
L’assessore al Sociale Paola Roma sostiene che per la non autosufficienza esistono alternative e che l’attuale sistema è difficile da ampliare, e indica la strada della domiciliarità, del contributo economico, della telemedicina, del senior housing. È una posizione difendibile sul merito: nessuno vuole invecchiare in una struttura se può restare a casa propria, e il contributo di accompagnamento costa allo Stato molto meno di un posto letto accreditato.
Ma qui va detta la cosa che nel dibattito manca sempre. La domiciliarità non è un’alternativa alla residenzialità: lo è per una parte dei casi, non per la fascia in cui il corpo ha smesso di collaborare del tutto. E la demografia veneta non è un’opinione. Se i posti accreditati non crescono e la copertura pubblica resta ferma, la domanda che eccede non svanisce: si sposta sul mercato privato puro, dove non c’è impegnativa, non c’è graduatoria, non c’è retta calmierata. Semplicemente esce dalla statistica pubblica — come tutto ciò che smette di essere misurato.
Il punto politico è questo, ed è un punto di tempi prima che di soldi.
I fondi che stanno comprando strutture dismesse e sanitarie in disuso ragionano su orizzonti di dieci, quindici anni: acquistano, ristrutturano, accreditano, gestiscono. Una volta che quella capacità è privata e finanziata, non torna indietro. La Regione, invece, ragiona su bilanci annuali e su cento milioni che ogni anno non si trovano. Sono due orologi che vanno a velocità diverse, e quando due orologi vanno a velocità diverse decide sempre il più veloce.
Per la giunta Stefani è il primo dossier vero, e ha la caratteristica sgradevole di non produrre né vittorie né sconfitte visibili. Non c’è un ospedale da inaugurare, non c’è un taglio del nastro. C’è una scelta silenziosa fra tre opzioni: mettere i cento milioni e ricomprarsi il controllo della partita; non metterli e lasciare che il mercato copra la differenza, prendendone atto pubblicamente; oppure — la terza, la più probabile, la più comoda — non decidere, e ritrovarsi fra cinque anni con un sistema il cui assetto è già stato deciso da qualcun altro.
Perché il vero rischio non è la privatizzazione. È che avvenga senza che nessuno l’abbia mai deliberata.
Nel frattempo i fondi fanno sopralluoghi, gli advisor stimano, i gestori aspettano l’autorizzazione. E le famiglie del 23,5 per cento continuano a pagare la retta intera, che è il modo in cui una scelta politica mai discussa arriva puntuale, ogni mese, sul conto corrente di qualcuno.



