di Redazione · Settembre 4, 2026
In Veneto e in Lombardia più della metà delle cattedre di sostegno resta scoperta, mentre nel Mezzogiorno si coprono quasi tutte. Il nodo, dicono i sindacati, sono gli stipendi
C’è un banco, in qualche classe che riapre in questi giorni, con una sedia accanto.
La sedia accanto non è un dettaglio d’arredo. È il posto dell’insegnante di sostegno, cioè della persona che per qualche ora al giorno rende possibile a un bambino di stare in mezzo agli altri invece che da un’altra parte. Non è un lusso e non è un’assistenza: è la differenza tra frequentare una classe ed esserci parcheggiato dentro.
Quest’anno, in Veneto e in Lombardia, più di una di quelle sedie su due resta vuota.
Nel Mezzogiorno invece si riempiono quasi tutte. È un ribaltamento che dovrebbe mettere a disagio chi ha passato trent’anni a spiegare che il Nord è il posto dove le cose funzionano e il Sud quello dove si aspetta.
Il motivo non è misterioso e non ha niente di nobile: è lo stipendio. Un contratto nazionale vale uguale a Ragusa e a Vicenza. L’affitto no. Un supplente che accetta una cattedra qui scopre in fretta che tra la camera in affitto e i trasporti gli resta poco, e che quel poco non giustifica di vivere lontano da casa. Così non viene. E se viene, resta un anno.
Non è un problema di vocazione, quindi, ed è bene dirlo: gli insegnanti di sostegno ci sono, sono formati, e stanno esattamente dove il loro stipendio vale qualcosa.
Il Veneto ha scoperto di essere diventato un posto dove uno stipendio pubblico non basta più per viverci. Lo aveva già visto con gli infermieri, con i medici di famiglia, con i vigili del fuoco. Adesso lo vede con la scuola, che è l’ultimo posto in cui una comunità dovrebbe accorgersene.
Intanto lunedì, in quella classe, ci sarà un bambino. Non sa niente di contratti nazionali e di costo della vita. Sa soltanto che accanto a lui, quest’anno, non si siede nessuno.




