di Arrigo Abalti · Ottobre 1, 2026
di Giovanni N. Perazzolo
Una mamma di Valdagno preferisce Santorso ad Arzignano per partorire. Per Perazzolo è il segno di un’epoca che finisce: prima il tram, ora il punto nascita, e una Vallata che ogni volta si accorge troppo tardi di cosa ha perso
Ho letto l’articolo pubblicato oggi dal Giornale di Vicenza che racconta il disagio di una mamma di Valdagno che, avendo il San Lorenzo davanti alla porta di casa, dovrà andare a partorire a Santorso.
Ha rifiutato il diktat della struttura sanitaria che la obbliga ad andare all’ospedale di Arzignano a due giorni dal parto, dopo essere stata fin qui seguita esclusivamente dalla struttura di Valdagno.
Un bel casino.
Sinceramente, penso che a Vicenza potessero aspettare qualche giorno prima di mettere in moto una cagnara simile, anche nelle more di una imminente proroga del servizio richiesta d’urgenza dal presidente della Regione Veneto Alberto Stefani in persona.
Ma hanno fretta di concludere e non vogliono farsi fregare un’altra volta dai vari comitati della Vallata.
Come ha detto Zordan, sindaco di Valdagno, nell’articolo di ieri sul Giornale di Vicenza, è finita un’epoca.
Quando qualche decennio fa hanno tolto il tram Valdagno-Vicenza e prima ancora Recoaro-Valdagno, a tutti era sembrata una genialata.
Salvo scoprire poi che la metropolitana di superficie era la soluzione del futuro, magari con i pannelli solari incorporati sul tetto delle carrozze, tanto per restare in tema di green economy.
Metropolitana che oggi non possono più realizzare sul vecchio sedime ferroviario, perché si sono mangiati anche le scarpe di quel che restava.
Qui la faccenda è diversa.
Hanno creato una situazione paradossale che, invece di razionalizzare i servizi sanitari, ha creato dei falsi baricentri.
L’ospedale di Montecchio doveva essere costruito alla Ghisa, in mezzo ai campi, e non dove è stato situato, con quella struttura semicircolare che, a mio giudizio, ha inevitabilmente contribuito ad aumentare i costi del project financing.
La mamma di Valdagno ha scelto infatti di andare a Santorso invece che ad Arzignano, dove l’ospedale è situato sulla sommità di una collina franosa, nel bel mezzo del tessuto urbano che lo circonda, e dove da anni è aperta anche la questione della vulnerabilità sismica della struttura.
Santorso si raggiunge invece attraverso il Tunnel Schio-Valdagno Pass in una quindicina di minuti d’auto.
Anche sotto il tunnel si sarebbe potuta prevedere, in sede di progettazione, la viabilità per una metropolitana di superficie.
Ma la fortuna è cieca, mentre la sfiga ci vede benissimo.
Ma tant’è.
Del senno di poi son piene le fosse.
Il commento del direttore
Perazzolo mette accanto due cose: i binari del tram che non c’è più e la sala parto che si svuota. Ha ragione a leggerle insieme, perché in tutti e due i casi la decisione è stata presa guardando la cartina, mentre la gente si muove guardando la strada.
Sulla cartina Valdagno sta con Arzignano: stessa azienda sanitaria, stessa riga nella delibera. Una mamma a due giorni dal parto ha fatto invece il conto sulla strada, e ha scelto il tunnel e Santorso. Il paradosso è tutto qui. Una riorganizzazione nata per razionalizzare ha messo i servizi dove dicono i confini amministrativi, non dove le persone vanno davvero.
Non discuto le ragioni tecniche per cui i parti si spostano: ci sono, e vanno prese sul serio. Discuto il metodo. Una scelta di questo peso si accompagna, non si notifica, tanto più nei giorni in cui è lo stesso presidente Stefani a chiedere una proroga.
Il tram l’abbiamo tolto convinti che fosse il progresso, e oggi ce ne pentiamo. Sarebbe bene non scoprire anche questa volta, a cose fatte, che il senno di poi arriva sempre in ritardo di una corsa.
Arrigo Abalti



