di Arrigo Abalti · Ottobre 1, 2026
Diciotto giugno 2026, assemblea dei soci di Agno Chiampo Ambiente. Viene messo a verbale che ACA non ha ancora potuto accedere a tutta la documentazione di Alto Vicentino Ambiente, e che i tempi sono stretti. Venticinque giugno: porta questa data la bozza della perizia che fissa il rapporto di cambio. Ventinove giugno: il consiglio di amministrazione approva il progetto di fusione. Fra l’assemblea e il voto corrono undici giorni; fra la perizia e il voto, quattro. Sono tempi buoni per un giro di raccolta, non per leggere una valutazione da cento milioni.
Va detto subito ciò che è giusto dire: nessuno ha nascosto la forma dell’operazione. Il Codice civile, all’articolo 2501, prevede che la fusione si faccia «mediante la costituzione di una nuova società, o mediante l’incorporazione in una società di una o più altre». Qui si è scelta la seconda strada, e lo si è scritto. Nell’ottobre 2025 i ventitré Comuni soci di ACA hanno approvato all’unanimità l’avvio di una fusione per incorporazione. Il presidente Giuseppe Selmo spiegò allora che era necessario far nascere «una società pubblica forte e capace di rappresentare un gestore unico per l’intero bacino vicentino». Il Consiglio di Bacino, del resto, chiedeva da tempo che i gestori pubblici procedessero «all’aggregazione in un unico soggetto affidatario». Su questo non c’è nulla da scoprire.
C’è però una differenza tra votare una parola e leggere un contratto. Un anno fa i Comuni dell’Ovest hanno detto sì a un’idea. Oggi i consigli comunali sono chiamati a dire sì a un prezzo. I Principi italiani di valutazione, il manuale a cui si attengono i periti, lo dicono con una franchezza che nel dibattito pubblico è mancata: la fusione tra soggetti indipendenti «equivale ad un’acquisizione per carta», e il rapporto di cambio equivale a un prezzo. ViAmbiente è la vecchia Alto Vicentino Ambiente, fondata nel 1978, che dal primo gennaio ha incorporato Soraris e ha cambiato nome. Resta in piedi, con la sua sede a Schio. ACA, nata nel 2003, si estingue. Più che a un’aggregazione tra pari, l’operazione assomiglia molto a un’acquisizione pagata in azioni. È un modo legittimo di fare le cose. Ma di un’acquisizione si guarda il prezzo, ed è il punto che finora nessuno ha spiegato ai cittadini dell’Ovest.
Nei piazzali di ACA a Montecchio, i compattatori sono parcheggiati in fila: camion bianchi con la foglia verde sulla portiera. Il compattatore è una macchina onesta: quello che entra nel cassone viene pressato finché non prende la forma del cassone. ACA porta in dote quei mezzi, più di sette milioni di investimenti programmati in larga parte su di essi, e si prepara a entrare nel cassone di un altro. Conviene sapere quanto spazio le è stato assegnato.
ACA serve circa 188mila abitanti, ViAmbiente circa 310mila: l’Ovest porta quasi il trentotto per cento dei cittadini della futura società. Porta il ventisei per cento dei ricavi, diciotto milioni su settanta. Avrà il quattordici e mezzo per cento delle azioni. Il paradosso è tutto qui: quasi quattro cittadini su dieci, un’azione su sette. La spiegazione sta nei margini. ViAmbiente ha un margine operativo di tredici milioni e mezzo, ACA di due milioni e sei, e una parte dei risultati di ViAmbiente viene dall’energia che il termovalorizzatore di Schio produce e vende. Il concambio non misura il servizio reso ai cittadini: misura i flussi di cassa. E quelli dipendono in larga parte dall’impianto, e da quanto a lungo continuerà a rendere.
Conviene allora sapere come è stata costruita la misura. L’incarico di determinare il rapporto di cambio è stato affidato da ViAmbiente, in qualità di stazione appaltante, in una procedura condivisa con ACA, che ne sostiene una parte del costo. Il capitolato chiedeva di tenere conto del metodo usato l’anno prima per la fusione tra AVA e Soraris. Il perito ha lavorato sui piani industriali preparati dai dirigenti delle due società e, come è prassi e come egli stesso dichiara, non ha svolto verifiche autonome su quei dati. Non c’è nulla di irregolare. Significa però che il prezzo dell’Ovest poggia sui numeri che ciascuna società ha fornito su se stessa.
E quei numeri non sono stati forniti con lo stesso spirito. Secondo i calcoli dei Comuni, che il consiglio di ACA non ha contestato, circa quattro quinti del valore operativo di entrambe le società sono proiezioni oltre il 2031, costruite a partire dai conti previsti per quell’anno. È la regola: si parte dall’ultimo anno del piano. Ma per ViAmbiente il 2031 è l’anno migliore, con l’utile sopra i cinque milioni. Per ACA è quello con l’utile più basso: meno di quattrocentomila euro, contro i novecentomila di oggi. I Comuni hanno chiesto una prova di tenuta del concambio al variare dei tassi e dei margini. La risposta è stata che la prudenza dei parametri ne riduce la necessità.
Poi ci sono le ipotesi. La valutazione di ViAmbiente assume, su indicazione dei suoi dirigenti, che il recesso di Schio e Torrebelvicino sia illegittimo: nessuno scenario alternativo, nessun fondo. Eppure i Comuni dell’Ovest stimano in oltre venti milioni quanto costerebbe liquidare le quote in caso di sconfitta. La valutazione di ACA assume invece, su indicazione dei suoi, che le cause per recuperare i costi della discarica di Pontesello vadano perse, benché nell’unica già decisa, di importo modesto, i giudici le abbiano dato ragione. Le cifre sui due piatti sono molto diverse, e va detto: per ACA un credito sotto i due milioni, per ViAmbiente un rischio dieci volte più grande. Proprio per questo colpisce il metodo: prudenza dove la posta è piccola, fiducia dove è grande.
Resta fuori dal conto anche il rifacimento del termovalorizzatore. La due diligence ambientale lo stima in circa novanta milioni. L’assemblea di AVA ne aveva individuato la soluzione nel 2024, ma l’intervento non è mai stato autorizzato e il piano usato per la valutazione prevede solo manutenzioni straordinarie. Quegli investimenti, si osserva, si ripagano con la tariffa regolata. È vero. Resta da scrivere a carico di chi.
C’è poi il precedente sollevato in assemblea da uno dei sindaci. A Soraris, nella fusione con AVA, era stato riconosciuto l’otto per cento sulla base di un piano che prevedeva aumenti tariffari negli ultimi tre anni. ACA ha tenuto le tariffe basse e ha confermato gli investimenti. Un metodo che misura il valore sui flussi di cassa finisce per premiare chi prevede di far pagare di più, e penalizza chi ha amministrato con parsimonia. La virtù dell’Ovest rischia di diventare uno sconto.
Si guardi infine la forma del cassone. Il primo consiglio di amministrazione avrà cinque membri: tre designati dagli ex soci di AVA, uno da quelli di Soraris, uno da quelli di ACA. A regime, tre saranno nominati dai Comuni grandi e due dai piccoli. Le decisioni richiederanno la maggioranza delle quote e quella degli abitanti: i soci attuali di ViAmbiente avranno l’ottantacinque per cento delle prime e il sessantadue per cento dei secondi. I patti parasociali, secondo i Comuni, sono stati dichiarati non più modificabili già in luglio. Li ha negoziati un comitato tecnico nominato dai soci, e il consiglio di ACA dice di esserne rimasto estraneo. Sul futuro della sede di Brendola e dell’area operativa di Montecchio, nelle risposte del consiglio non compare alcun impegno. Sulla tariffa, il presidente di ViAmbiente Giovanni Cattelan ha indicato ai soci la sua linea: il modello di Soraris, in cui la società fattura e incassa direttamente dalle famiglie, è quello che tutti dovranno seguire. Oggi nell’Ovest la tariffa passa dai bilanci comunali. Domani il rischio di chi non paga passerebbe al conto economico della società. Costi e tempi di questo passaggio, per ammissione dello stesso consiglio di ACA, oggi non sono quantificabili.
Va ricordato, per onestà, che a giugno tutti i soci di ACA avevano accettato un concambio ancora più basso, del 13,8 per cento, e che è stato il loro consiglio a ottenere qualcosa in più. Ma era un voto dato su una prima bozza, quando la due diligence legale non conteneva ancora alcun riferimento al termovalorizzatore. Si è trattato sul prezzo del biglietto prima di aver visto il mezzo.
C’è un fatto che dovrebbe far riflettere più di ogni perizia. Schio, la città che ospita il termovalorizzatore e la sede di ViAmbiente, ha deliberato insieme a Torrebelvicino di recedere dalla società. I due sindaci l’hanno spiegato pubblicamente: temono di perdere il controllo dell’impianto dentro una compagine sempre più larga. Secondo gli atti societari, il Tar del Veneto ne discute il 7 ottobre. Se teme di contare poco chi ha in casa l’impianto ed è socio da sempre, è lecito chiedersi quanto conterà chi arriva per ultimo con il quattordici e mezzo per cento.
Tanto più che, una volta dentro, uscire è difficile. La Corte di Cassazione, con l’ordinanza 14947 del 2025, ha affermato che nelle società pubbliche che gestiscono servizi essenziali come i rifiuti il singolo Comune non può recedere liberamente, perché la partecipazione risponde a un obbligo di legge. Per i Comuni dell’Ovest il momento di trattare è adesso, prima del rogito. Dopo, il portellone del compattatore si chiude.
E non si chiude su ACA soltanto. Il progetto prevede un terzo passaggio: dopo la fusione, il consiglio di amministrazione potrà aprire il capitale agli altri Comuni del bacino, con ingressi scaglionati. Le condizioni accettate oggi dall’Ovest diventeranno il modello per chi arriverà dopo. Si sta scrivendo il regolamento della società che raccoglierà i rifiuti di gran parte della provincia.
Ai sindaci e ai consiglieri chiamati a votare conviene sapere una cosa che negli atti c’è e nel dibattito pubblico non si sente: il potere è ancora nelle loro mani. Per approvare la fusione servono i tre quarti dei Comuni soci di ACA e almeno il sessantacinque per cento del capitale, e nessun sindaco può votare a favore senza un mandato del proprio consiglio comunale. Su ventitré Comuni, ne bastano sei per fermare tutto. Non è un invito a bloccare: è la misura della forza contrattuale che l’Ovest ha oggi e che, dopo il rogito, non avrà più.
Quella forza va usata su cinque punti. Il primo è il Tar: nessun voto prima di sapere come finisce il recesso di Schio, o almeno senza una clausola che ricalcoli il concambio se la decisione arrivasse dopo. Il secondo è il termovalorizzatore: un piano scritto su chi paga il rifacimento, e una parola degli ex soci di ACA sulle decisioni straordinarie che lo riguardano. Il terzo è la perizia: le prove di tenuta che mancano e, se serve, una seconda valutazione. Il quarto sono i patti: vanno riaperti, per mettere nero su bianco i presidi di Brendola e Montecchio, il personale, e una tutela contro la diluizione quando entreranno nuovi soci. Il quinto è la tariffa: prima di cambiare modello, una stima dei costi del passaggio e della morosità.
In Wall-E, il film della Pixar, l’ultimo robot rimasto sulla Terra passa le giornate a compattare spazzatura in cubi perfetti, che impila in torri alte come grattacieli. Lavora con diligenza commovente, ma il suo lavoro è soltanto ridurre il volume. Un’incorporazione ben scritta può fare lo stesso: prendere un’azienda pubblica che serve quasi quattro cittadini su dieci e ridurla a un cubo ordinato al quattordici e mezzo per cento.
Nessuno, nemmeno i sindaci più critici, mette in discussione l’obiettivo. Le concessioni scadono nel 2029, il Consiglio di Bacino prevede l’affidamento in house per il 2028, e un gestore pubblico frammentato rischierebbe di perdere tutto a una gara europea. Un soggetto unico serve, e serve pubblico. Proprio per questo il modo conta. La Corte dei conti non esaminerà l’operazione in via preventiva, perché per le fusioni tra società già pubbliche la legge non lo prevede. L’ultimo controllo, l’unico, sono i consigli comunali.
«I say I stay», direbbe chi vuole restare. Ma per i Comuni dell’Ovest la domanda non è se restare in ACA: dopo il rogito ACA non esisterà più. La domanda è a quali condizioni salire sul camion. Un’incorporazione si può anche scegliere, e un anno fa l’Ovest l’ha scelta. Ma si sceglie conoscendo il prezzo. Per qualche settimana ancora i consigli comunali hanno il potere di chiederlo, di leggerlo e di trattarlo. Dopo, potranno solo guardare il portellone chiudersi.


