Posto fisso

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di Arrigo Abalti · Ottobre 3, 2026

Per la prima volta in dieci anni i medici ospedalieri che lasciano il servizio pubblico superano quelli che vanno in pensione. Lo dice uno studio del Centro Studi Anaao: 3.767 dimissioni contro 2.876 pensionamenti nel 2025. In Veneto sono state 214

 

«Posto fisso» non è più un contratto: è un modo di dire. Lo si dice del figlio che finalmente ha trovato sistemazione, del genero che non si deve più mantenere, del sogno di un Paese intero che per una generazione ha avuto una sola ambizione: stare fermo, ma al sicuro. Checco Zalone ci ha costruito un film, Quo vado?, e ci ha fatto ridere perché la parola tornava come un mantra e l’Italia la riconosceva come una preghiera.

Poi arrivano i numeri, e il mantra scricchiola. Li ha messi insieme il Centro Studi Anaao, cioè il sindacato dei medici ospedalieri, su dati Onaosi, Conto annuale dello Stato e ministero dell’Economia. Nel 2025 i medici che hanno lasciato di loro volontà il servizio pubblico sono stati 3.767. Quelli andati in pensione, 2.876: quasi novecento in meno. Per la prima volta in dieci anni chi se ne va supera chi arriva alla fine. Un anno prima le dimissioni erano 1.503: sono cresciute del 150%.

Su 108.243 medici in servizio fanno il 3,5%, tre ogni cento. Sembra poco, finché non si guarda l’altro conto. Per ogni cento medici assunti a tempo indeterminato nel 2025, dice lo studio, quarantatré si sono dimessi e settantasette sono usciti in tutto. Il posto è fisso, i medici no.

E l’età media di chi se ne va è quarantotto anni: non un ragazzo che non ha ancora messo radici, non un anziano che molla, ma un professionista nel pieno della maturità clinica, che spesso, riferisce l’Ansa dallo studio, va all’estero o nel privato. In dodici regioni su venti le dimissioni hanno superato i pensionamenti. Lo studio indica le ragioni: turni massacranti, stipendi non allineati all’Europa, burnout, burocrazia, aggressioni nei reparti.

Il Veneto, per una volta, è un caso a parte. Qui il sistema ha tenuto: i dirigenti medici erano 7.970 nel 2015 e 7.871 nel 2024, e hanno tenuto perché si è assunto, 846 a tempo indeterminato nel 2020 e 708 nel 2025, dato provvisorio. Ma andarsene, si va: 115 dimissioni nel 2015, un picco di 479 nel 2022, poi 276 nel 2024 e 214 nel 2025. Scendono, ma restano quasi il doppio di dieci anni fa, e nel 2025 superano le 192 uscite per limiti di età che erano previste. Rapportate alle assunzioni sono circa trenta ogni cento, contro le quarantatré nazionali: meglio, non bene. «Un malessere profondo che non può più essere ignorato», dice il segretario regionale di Anaao, Luca Barutta.

Va detto tutto, anche ciò che indebolisce la tesi. In dieci anni gli organici nazionali sono cresciuti del 2,7%, da 105.380 a 108.243 medici, e l’età media si è abbassata di oltre due anni: merito, dice lo studio, del Decreto Calabria, che dal 2019 ha fatto entrare quasi diecimila giovani medici. Il sistema non si svuota soltanto: si sposta. Il Centro-Nord ha guadagnato 4.029 medici, il 5,9% in più. Il Mezzogiorno ne ha persi 1.166, il 3,1% in meno. E ad aprire il fascicolo con la parola «esodo» è una parte in causa, che è il suo mestiere.

Resta la frase, però. Il posto fisso prometteva di tenere fermi. Era il suo patto: io ti do la sicurezza, tu mi dai la vita intera. Per il medico ospedaliero vale ancora il secondo pezzo, a giudicare dai turni, ma il primo non convince più. Una sicurezza che non lascia dormire non è più sicurezza: è una promessa a metà.

«La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività», dice l’articolo 32. Il posto fisso, nel linguaggio di tutti i giorni, è sempre stato questo: la Repubblica che tutela te. Adesso il conto torna indietro, e a tutelare la Repubblica restano in pochi.

Perché il posto fisso non tiene fermo nessuno se chi lo occupa non sta bene. E la notizia non è che quarantatré su cento se ne vanno: è che il posto fisso, per una generazione la cosa più immobile d’Italia, si è messo a camminare.

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