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di Arrigo Abalti · Ottobre 3, 2026
A luglio brucia a Isola Vicentina l’azienda del sindaco di Malo. A ottobre brucia a Malo la fabbrica dove lavora il sindaco di Isola. Viene voglia di chiamarla maledizione: è soltanto l’Alto Vicentino
Tredici luglio, poco dopo la mezzanotte, via Europa, Isola Vicentina: va a fuoco il capannone della Marsetti Gomme, l’azienda di famiglia di Moreno Marsetti, sindaco di Malo. Primo ottobre, poco prima delle due del pomeriggio, via Montello, Malo: va a fuoco la Deroma, la fabbrica di vasi dove da vent’anni lavora Francesco Gonzo, sindaco di Isola Vicentina.
Messa a verbale così, la faccenda ha la simmetria delle cose che non dovrebbero succedere. Due Comuni confinanti, due sindaci, due capannoni, e il fuoco che passa il confine prima in un senso e poi nell’altro, come chi restituisce una visita. Al bar la parola è già pronta, e non è una parola da vigili del fuoco: maledizione.
Il paese, del resto, la porta nel nome. Meneghello ci fece il titolo del suo libro più famoso, Libera nos a malo: l’ultima riga del Padre nostro, che lì si può recitare anche come una questione di toponomastica. E il cinema popolare la scena l’ha già girata: in Occhio, malocchio, prezzemolo e finocchio Lino Banfi è un uomo convinto che ogni sua disgrazia arrivi dal nuovo vicino di casa. Qui i vicini sono due municipi.
Solo che la Deroma fa vasi. E i vasi, quando sono collegati, fanno una cosa sola: si mettono allo stesso livello. Malo e Isola Vicentina sono vasi comunicanti da molto prima degli incendi. Il sindaco dell’una ha la scrivania nella zona industriale dell’altro; il sindaco dell’altro ha la ditta nella zona industriale della prima. In mezzo c’è una manciata di chilometri di strada Pasubio. Meneghello lo sapeva: al suo paese, scriveva, le distanze sono piccole e fisse come in un teatro. E lo sapeva il suo amico Pino Sbalchiero, che di là dal confine raccontò Isola nelle Storie della pellagra e poi compilò un Glossario del contado isolano e dei comuni contermini a uso dei forestieri. I contermini stavano già nel titolo: un paese, da queste parti, non si spiega senza quello accanto.
Il paradosso è tutto qui: chiamiamo maledizione quella che è soltanto vicinanza. Dove tutti lavorano nel capannone del paese accanto, ogni capannone che brucia è di qualcuno che conosciamo. E in una provincia dove fare il sindaco non è un mestiere ma un secondo turno, quel qualcuno ha buone probabilità di portare la fascia. È una tradizione: Sbalchiero faceva il maestro elementare quando lo elessero sindaco di Isola, e fu lui, nel 1960, a chiedere che il paese fosse dichiarato area depressa perché arrivassero le fabbriche. I capannoni vengono da lì. Oggi uno vende gomme, l’altro si occupa di marketing in una fabbrica di vasi. Amministrano dopo cena.
Poi c’è la parte seria, ed è quella che la parola maledizione serve a non guardare. I due fuochi si somigliano solo nel fumo. A Isola, accanto agli ingressi, sono state trovate taniche di benzina, e a marzo il sindaco aveva trovato sul parabrezza un biglietto con minacce di morte: cose che non scendono dal cielo, hanno mani, e le cercano i carabinieri e la Digos. A Malo le cause sono ancora da accertare, e intanto ci sono venti famiglie evacuate, mezza provincia con le finestre chiuse e centosessanta lavoratori che aspettano di sapere che ne sarà del turno.
La maledizione è la più comoda delle spiegazioni perché è l’unica che non chiede niente a nessuno. Non vuole un colpevole, non vuole una verifica, non vuole una risposta. Le basta un cornetto.
Giovedì, davanti alla Deroma, a chiamare l’Arpav c’era il sindaco di Malo: lo stesso a cui a luglio è bruciata l’azienda, nel Comune del collega che in quella fabbrica lavora. Perché nei vasi comunicanti non si sceglie che cosa passa: passa il fumo, passa la paura, ma passa anche il soccorso. Non è una maledizione: è un destino comune, che è cosa assai più impegnativa. Dalla prima ci si difende con gli scongiuri. Dal secondo, soltanto occupandosene insieme.



