La sanità dei preventivi

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di Arrigo Abalti · Ottobre 27, 2026

Liste d’attesa, il rapporto GIMBE e il Veneto: sappiamo quando ci viene promessa una visita, non ancora quando la facciamo. Il nuovo Piano socio sanitario è l’occasione per scrivere la seconda colonna del conto

 

Quanto aspetta un veneto per una colonscopia?

Sembra una domanda da bar, di quelle a cui ognuno risponde con la propria storia: il cugino che ha aspettato mesi, la vicina che ha trovato posto in una settimana. Il guaio è che, per ora, nemmeno i numeri ufficiali sanno rispondere molto meglio.

Lo ha ricordato in questi giorni la Fondazione GIMBE, analizzando i dati della piattaforma nazionale sulle liste d’attesa. È uno strumento che la stessa Fondazione considera un passo avanti importante. Misura con precisione una cosa sola: quanto passa tra la telefonata al Cup e la prima data che ci viene proposta.

Chi in Veneto ha rifatto un bagno sa di che cosa si parla. È il preventivo. C’è scritto quando l’idraulico dovrebbe arrivare. Non c’è scritto quando il bagno sarà finito.

Sul preventivo, quest’anno, il Veneto si muove poco. Le visite proposte entro i tempi crescono di un decimo di punto e gli esami di mezzo punto abbondante, mentre altre regioni del Nord fanno balzi di parecchi punti. Detta così sembra una pagella. È piuttosto una fotografia che dice meno di quanto sembri. GIMBE stessa avverte che i confronti fatti sui dati aggregati rischiano di premiare o penalizzare a torto, perché ogni regione distribuisce le priorità a modo suo.

Poi c’è quello che il preventivo non vede. Nel 2025 il 7,5 per cento dei veneti ha rinunciato ad almeno una visita o a un esame di cui aveva bisogno: meno della media italiana, ma pur sempre centinaia di migliaia di persone. Per molti di loro il preventivo c’è stato, ed era semplicemente troppo lontano. Sono la puntata che manca di Chi l’ha visto?: usciti dalle statistiche senza che nessuno sappia davvero perché, se per l’attesa, per il costo o per stanchezza.

Il paradosso è tutto qui: adesso che abbiamo un buon preventivo, si vede meglio quanto manca il consuntivo.

Charles Goodhart, economista che ha lavorato a lungo per la Banca d’Inghilterra, osservava che un indicatore usato per guidare un sistema finisce per perdere la sua capacità di descriverlo. Vale anche per le liste d’attesa. Se si guarda solo alla data proposta, si finisce per lavorare sulle date.

L’occasione per scrivere la seconda colonna, però, è vicina. Nel suo documento di programmazione la Regione ha messo nero su bianco che il nuovo corso della sanità passerà dall’aggiornamento del Piano socio sanitario. Il lavoro tocca alla direzione guidata da Giancarlo Ruscitti. Ruscitti aveva lasciato la guida della sanità veneta nel 2010, proprio mentre cominciava la stagione di Zaia, e la ritrova ora che quella stagione si è chiusa.

Il Veneto che ritrova non è quello che aveva lasciato. Ci sono ragazzi con un disagio psicologico che quindici anni fa non si misurava nemmeno, e per i quali la Regione sta sperimentando lo psicologo delle cure primarie. Ci sono medici e infermieri che vanno in pensione più in fretta di quanto arrivino i sostituti. C’è una popolazione che invecchia con più malattie croniche, alla quale le case e gli ospedali di comunità finanziati dal Pnrr dovranno dare risposte vicino a casa: il 2026 è l’anno in cui vanno completati. E ci sono emergenze che una volta non stavano nei piani sanitari, dalle falde segnate dai Pfas all’antibiotico-resistenza.

Dentro questo quadro, le liste d’attesa possono fare un salto di qualità con poco.

La prima idea è usare ciò che c’è già. Il portale regionale sui tempi d’attesa, alimentato da Azienda Zero, esiste da anni. Il monitoraggio sulle prestazioni erogate, almeno in parte, la Regione lo fa già. E l’Azienda ospedaliera universitaria di Verona adotta un indicatore che conta le visite fatte entro i tempi. Renderlo pubblico per tutte le aziende vorrebbe dire avere un consuntivo regionale.

La seconda è contare chi si perde per strada. Le ricette elettroniche ci sono, le prenotazioni anche. Incrociarle direbbe quante richieste non arrivano mai al Cup, e forse anche perché.

La terza è raccontare i risultati per classe di priorità e per singola prestazione, come suggerisce GIMBE. È anche il modo più onesto per far valere le scelte venete. La Regione si è data tempi più stretti di quelli nazionali, sessanta o novanta giorni per le visite programmabili dove lo Stato ne concede centoventi, e una media nazionale non sa leggerlo.

Quanto aspetta dunque un veneto per una colonscopia? Oggi sappiamo quanto gli è stato promesso. Il resto sta nella seconda colonna, quella che nei bilanci si chiama consuntivo e che nessun artigiano veneto si sognerebbe di lasciare in bianco.

Perché in sanità la data scritta sul preventivo non è la cura: è soltanto la promessa di arrivarci.

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