La telefonata anonima

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di Arrigo Abalti · Ottobre 26, 2026

Sabato qualcuno ha suonato la campanella di Vicenza e la città è uscita in cortile, come le scuole degli anni Settanta quando arrivava l’allarme bomba. Allora il conto era una mattinata e c’era sempre chi ci guadagnava. Oggi lo paga chi ha obbedito, e nessuno risponde del perché

 

 

Chi andava a scuola negli anni Settanta lo ricorda ancora: il bidello entrava in classe, diceva due parole all’orecchio del professore, e in dieci minuti il cortile era pieno. Era arrivata la telefonata. Una voce senza nome, una bomba senza luogo.

A volte dietro c’era la politica, in quegli anni di sigle e di piombo. Più spesso c’era un compito di latino.

Il preside non poteva permettersi di non sgomberare. Se la bomba era vera aveva ragione lui, se era falsa perdeva una mattinata. A vincere comunque era la voce, che con trenta secondi di telefono otteneva ciò che nessuna richiesta avrebbe mai ottenuto: far suonare la campanella fuori orario.

Sabato l’hanno suonata a Vicenza, e la città è uscita in cortile in fila per due. Non è successo niente, e la scena è la stessa, ingrandita a un capoluogo. L’allarme è nato da messaggi sui social, ha spiegato il prefetto, a proposito di un raduno soltanto annunciato. Nessuno li ha firmati e nessuno ha potuto verificarli. Dal Viminale, a quanto riferisce la stampa quotidiana, è arrivata l’indicazione di proteggere le vie dello shopping, e da lì gli agenti, i varchi, le strade vuote. Lo stesso prefetto ha ammesso che separare una minaccia concreta da un allarme infondato non è semplice, e che il sacrificio è giustificato e da ripetere nei limiti del possibile.

La stampa quotidiana ha raccontato quel vuoto come si racconta il maltempo, una cosa che capita. La lettura comincia dove la cronaca finisce. A ogni anello della catena c’è qualcuno che ha fatto la cosa giusta: chi ha raccolto i messaggi, chi ha disposto, chi ha presidiato. Una città si è fermata per una voce che nessuno conosce, e nessuno ha sbagliato.

Kafka apre il «Processo» con una frase che sembra scritta per le nostre chat: «Qualcuno doveva aver calunniato Josef K.». Chi, non si saprà mai. La macchina parte lo stesso, ogni ingranaggio è ragionevole, e nessuno si chiede da dove sia venuta la prima spinta.

Decidere vorrebbe dire stabilire prima quanta incertezza basta per chiudere un centro, e chi ne paga il prezzo. Quella soglia non sta scritta da nessuna parte. Si sposta ogni volta verso la prudenza, perché la prudenza non lascia firme: chi chiude e non succede niente non paga nulla, chi non chiude e succede qualcosa risponde di tutto. Per far funzionare questa aritmetica non serve nessuna cattiva fede.

C’è poi una differenza con gli anni Settanta, e pesa. Allora lo sgombero costava una mattinata, e almeno qualcuno ci guadagnava un compito rimandato. Oggi costa un sabato di incassi, e lo paga chi non è stato interpellato: i commercianti, il cui presidente ha parlato di un caos che costa caro, e i cittadini che hanno rinunciato a uscire. Chi ha deciso non ha perso nulla.

Il rischio è reale, questo va detto: a Milano, il 17 ottobre, le vetrine sono saltate davvero. Ma proprio perché è reale servirebbe un conto, e invece manca anche il metro. Se non succede niente, il dispositivo ha funzionato; se succede qualcosa, serviva. Un’operazione che ha ragione in entrambi i casi non si può verificare, e ciò che non si verifica non si corregge.

E la voce? La voce, per definizione, non risponde. Ma una città che esce in cortile a ogni sussurro insegna ai sussurri quanto valgono. Venerdì c’è lo sciopero generale, e il copione è già scritto.

A scuola, a fine mattinata, il preside riapriva i cancelli e poteva almeno chiedersi chi avesse telefonato. Una città non riapre così: resta un po’ più chiusa, un sabato dopo l’altro, e impara a uscire in cortile appena sente un suono. Finché la corda della campanella sarà in mano a chi non si firma, saremo sempre noi a fare la fila.

 

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