Un Sorrentino per pochi. Ma inarrivabile

di Arrigo Abalti · Febbraio 7, 2025

Paolo Sorrentino torna al cinema con Parthenope, un’opera che è al allo stesso tempo un omaggio alla sua città, Napoli, e un compendio delle sue ossessioni artistiche. Se non si ama il regista napoletano, il film è probabilmente da evitare: la sua cifra stilistica è qui portata al massimo grado, e chi non ha mai sopportato il suo cinema non lo scoprirà certo ora. Ma per chi invece si lascia affascinare dalla poetica sorrentiniana, Parthenope è un’opera imperdibile, un film che celebra la bellezza, il tempo che scorre inesorabile, la fuggevolezza della gioventù.

La protagonista, Parthenope, nasce nel 1950 nelle acque di Napoli e il suo nome non è casuale: non solo incarna la città, ma ne diventa la personificazione stessa. Bellissima e sfuggente, sarcastica e sensuale, curiosa e malinconica, Parthenope è Napoli in tutta la sua ambiguità, ed è attraverso il suo sguardo che attraversiamo un racconto che è, prima di tutto, una struggente dichiarazione d’amore alla città partenopea e un tributo alla nostalgia dell’innocenza perduta dei nostri anni migliori, quando si ha l’illusione di essere invincibili e che tutto andrà bene.

Il film segue la sua parabola esistenziale dai 18 anni fino ai giorni nostri, con una narrazione immersiva che porta lo spettatore nel cuore del mondo sorrentiniano. Tutto ciò che il regista ama e racconta da sempre è qui presente: l’estetica della gioventù, la Napoli dei bassifondi e delle puttane, gli scrittori americani depressi e tormentati, le domande senza risposta sulla vita e la morte, il surrealismo che sfocia nell’assurdo. E poi, come sempre, una bellezza visiva travolgente: ogni inquadratura è un quadro, ogni scena un’ode al cinema.

E poi ci sono così tanti riferimenti a personaggi reali e allo stesso tempo iconici per cui è impossibile restare indifferenti, specie per chi alla generazione di Sorrentino appartiene. Il miliardario con l’elicottero che corteggia a Capri la protagonista è troppo simile a Gianni Agnelli, come l’attrice Greta Cool, splendidamente rappresentata da Luisa Ranieri, sempre più brava, ci ricorda moltissimo la Sofia Loren degli anni Settanta, a partire dalla scelta della montatura degli occhiali e della pettinatura. Per non parlare dell’armatore, datore di lavoro del padre della protagonista, Alfonso Santagata che sembra Achille Lauro.

La regia di Sorrentino è come sempre ricercata, giocando con i rallenty, le inquadrature perfette e una colonna sonora, il Riccardo Cocciante di “Era già tutto previsto”, selezionata con cura maniacale. La bellezza, ormai marchio di fabbrica del regista, qui si fa quasi opprimente, al punto da commuovere. Parthenope è un film che tocca corde profonde, una carezza per l’anima e una festa per gli occhi.

Nel film, un meraviglioso Silvio Orlando, nei panni di un professore universitario, afferma che l’antropologia è “imparare a VEDERE”. Non basta guardare: vedere è qualcosa di più complesso, è la chiave per comprendere il mondo, con i suoi dolori e le sue meraviglie. Ma per vedere deve essere passata la stagione delle passioni. La giovinezza.  Ed è proprio questo che Sorrentino ci chiede di fare: di guardare con occhi nuovi, di accettare la sfida di Parthenope e lasciarci trasportare dal suo cinema visionario.

Fortunati quelli che risponderanno all’invito.

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