di Arrigo Abalti · Maggio 15, 2025
TPG entra nel capitale e apre una nuova stagione. Ma Vicenza resta il baricentro del potere industriale verde
Non è un’operazione qualunque quella annunciata oggi. E non lo è per chi conosce il sistema industriale veneto e la sua capacità, antica quanto invisibile, di muovere pedine globali restando ancorato alle radici. TPG, colosso della finanza alternativa, ha scelto di entrare nel capitale di SICIT – gioiello biotech di Chiampo – affiancando Renaissance Partners e rilevando parte della quota detenuta da Intesa Holding, che tuttavia non esce del tutto, ma reinveste e resta. Perché nel capitalismo familiare del Nordest, anche quando si apre ai fondi, si cerca sempre un modo per non perdere l’anima.
Dietro l’operazione, un regista silenzioso ma di peso: Nomura, che ha agito come advisor finanziario per TPG. Un team di nomi che nella finanza contano, e non solo per i biglietti da visita che portano. Da Umberto Giacometti – uno che conosce la mappa delle alleanze in Italia meglio di certi leader politici – a Francesco Bertocchini, Nicolò Verdoni, Flavia Moliterni e Lorenzo Dibona. Gente che, per mestiere, traduce in numeri la geopolitica industriale e costruisce ponti tra capitale e strategia.
Ma la notizia non è solo che un fondo climate-driven entra in una società leader nella produzione di idrolizzati proteici e biostimolanti. La notizia vera è che SICIT cambia passo senza cambiare direzione. Rimane nel suo cuore produttivo, nella vallata vicentina dove è nata nel 1960 e da dove ha costruito il suo impero bio-industriale, dialogando coi giganti dell’agrochimica globale.
È la parabola, ormai nota ma mai scontata, delle imprese italiane che diventano multinazionali tascabili: radici solide, ma ali lunghe. E l’operazione TPG-Renaissance è la prova che si può fare crescita, innovazione e sostenibilità anche nel cuore di un distretto tradizionale, senza svendersi al primo offerente o delocalizzare in nome di qualche margine in più.
Sarà ora una partita a tre: TPG e Renaissance co-controllori, Intesa Holding in minoranza ma ancora sul campo. Una triangolazione che promette investimenti, internazionalizzazione e – forse – un rafforzamento ulteriore nella filiera green. Ma anche un nuovo banco di prova per quella governance diffusa che il Nordest ha sempre coltivato più con la concretezza che con i piani strategici.
In controluce, però, si legge anche un altro messaggio: il Veneto industriale è tutt’altro che fermo. Si muove sotto traccia, sigla accordi, apre capitali. Ma non rinuncia al controllo. E sa scegliere i suoi partner. È così che, anche in tempi di fondi sovrani e finanza predatoria, si resta protagonisti.
In silenzio. Come si fa da queste parti.



