di Arrigo Abalti · Luglio 15, 2026
C’è un fermo immagine, in questa torrida estate veneziana, che racconta il cambio d’epoca nel Nord-Est molto meglio di cento congressi di partito. Palazzo Ferro Fini, interno giorno. Viene approvata la legge sul social housing per medici e infermieri. Venticinque milioni di euro di fondi europei per dare un tetto a chi ci cura.
Ma la notizia, quella vera, non sta nei commi della legge. Sta nella politica. Sta nella parabola del “Modello Veneto” che incrocia la spietata legge del tempo e della successione.
Diciamoci la verità , senza giri di parole: questo provvedimento è il più clamoroso, ancorché garbato, atto di accusa contro i quindici anni di regno di Luca Zaia e della sua fedelissima assessora alla Sanità, Manuela Lanzarin. È il re che si scopre nudo. Per tre lustri la narrazione ufficiale è potentissima, egemonica, quasi ipnotica e ci ha descritto il Veneto come la Svizzera d’Italia. Un paradiso di efficienza, di eccellenza, di conferenze stampa a reti unificate dove tutto funzionava come un orologio di precisione.
Poi, d’improvviso, si accendono le luci in sala e la realtà presenta il conto. E qual è la realtà? Che in questa Svizzera d’importazione i medici scappano, gli infermieri non arrivano e i concorsi vanno deserti. Non perchè manchi la tecnologia, ma per una ragione molto più banale, quasi terra-terra: con gli stipendi della sanità pubblica, in Veneto, non si trova una casa in affitto. Schiacciati tra il boom del turismo selvaggio e i prezzi folli delle locazioni, i professionisti della salute sono diventati i nuovi esodati immobiliari. Quindici anni di governo e nessuno, a Venezia, si era accorto che per far funzionare gli ospedali non bastano i macchinari di ultima generazione, serve anche permettere a chi ci lavora di non dormire in macchina.
Ed è qui che si consuma il capolavoro politico di Alberto Stefani.
Stefani, che scemo non è, e che incarna la nuova generazione della Lega, quella cresciuta a pane e dossier, lontana dalle liturgie del “celodurismo” delle origini o dal trash da fienile, ha capito che la ricreazione è finita. Mentre Zaia e Lanzarin gestiscono il crepuscolo di un’era, lui si prende la scena con l’unica moneta che oggi ha valore sul mercato politico: il pragmatismo.
La sua mossa è di un’astuzia democristiana d’altri tempi. Prende i fondi europei (il Programma FESR, finora rimasto nei cassetti come un oggetto misterioso), scavalca i vincoli burocratici regionali e inventa un welfare aziendale d’emergenza. Recupera gli immobili sfitti, le caserme dismesse, gli ex uffici pubblici e ci infila i medici a canone calmierato per cinque anni.
Intendiamoci: è una toppa. Un “condominio di Stato” a tempo determinato che non risolve il problema strutturale degli stipendi e del carovita. Ma politicamente è un capolavoro di posizionamento. Stefani si presenta come l’adulto nella stanza, il liquidatore fallimentare che arriva a rimediare ai disastri e alle distrazioni di chi lo ha preceduto, offrendo una risposta concreta alla preoccupazione delle famiglie e degli operatori.
Il messaggio, nemmeno troppo cifrato, inviato a via Bellerio e ai nostalgici dello Zaiastan è chiaro: voi avete vissuto di rendita e di propaganda, noi oggi dobbiamo rimettere in piedi le mura di casa. La transizione nel Veneto profondo è cominciata, e passa per un mazzo di chiavi offerto a un infermiere.



