di Redazione · Agosto 21, 2026
Dal primo gennaio le Medicine di gruppo del Veneto lasciano il posto alle Aft, come prevede una riforma nazionale. Regione e opposizione discutono animatamente della forma dell’assistenza territoriale. Ma di medici di famiglia ne mancano centinaia, e non c’è sigla che li faccia comparire
Provate a chiamare il vostro medico di famiglia un lunedì mattina alle otto e un quarto. Il telefono suona a vuoto, oppure risponde una voce che conosce già la vostra e vi dice di richiamare più tardi. Ecco: quella voce, e quell’attesa, sono il vero stato dell’assistenza territoriale in Veneto. Tutto il resto è organizzazione.
Millecinquecento è il numero massimo di assistiti che un medico di famiglia dovrebbe avere in carico. In Veneto lo supera quasi un medico su due. Detta così sembra una notizia da pagina sanitaria, di quelle che si leggono di sfuggita: un tetto tecnico sforato come tanti. È invece lo scoglio contro cui va a sbattere qualunque riforma dell’assistenza territoriale, compresa quella di cui si discute in queste settimane.
Perché la discussione è partita, e in Veneto si sta scaldando. Dal primo gennaio le Medicine di gruppo — quelle in cui più dottori condividono una sede, con un’infermiera e una segretaria a carico della Regione — lasceranno il posto alle Aft. Sta per Aggregazioni funzionali territoriali, e già il nome dice quanto sia difficile spiegarlo a chi aspetta una ricetta.
Una cosa va detta subito, perché nel dibattito tende a perdersi: le Aft non sono un’invenzione di Palazzo Balbi. Le prevede il decreto ministeriale 77 del 2022, quello legato al Pnrr, e le stanno costruendo tutte le Regioni italiane, ognuna col suo passo. Il Veneto non sta smantellando un modello suo per capriccio. Sta facendo atterrare una riforma nazionale. Chi la racconta come una scelta locale la racconta male.
E gli argomenti di chi la difende vanno esposti per intero, non liquidati in una riga di cortesia. A giugno l’intesa fra la Regione e i sindacati dei medici di famiglia ha fissato la presenza nelle Case di Comunità dal lunedì al venerdì, fra le otto e le venti, con una turnazione di almeno quattro ore a testa e un compenso di circa sessanta euro lordi l’ora; a fine luglio la circolare operativa è arrivata alle Ulss. Dodici ore di copertura al giorno vogliono dire che il signore col mal di gola non finisce al pronto soccorso alle nove di sera. E mettere in rete anche chi oggi lavora da solo — nel Polesine, nel Bellunese, in certi paesi dell’Altopiano dove il dottore è l’unico presidio rimasto insieme alla farmacia — è precisamente ciò di cui quei territori hanno bisogno.
Dentro quell’accordo, però, c’è una parola che regge tutto il resto: la partecipazione è volontaria. Le quattro ore non sono un turno assegnato, sono un’adesione. Le Aft in Veneto saranno centosettanta, una ogni trentamila abitanti: la rete è disegnata bene, resta da capire chi la abita. E si torna al punto di partenza, cioè a quante ore avanzano a un medico dopo i suoi millecinquecento.
Dall’altra parte, le preoccupazioni non sono campate in aria, e soprattutto non sono di una parte sola. Si teme che nella transizione si perdano per strada le oltre trecento persone — infermieri, segretarie, personale amministrativo — che oggi tengono aperte le medicine di gruppo. Sono quelli che rispondono al telefono, che sanno chi siete prima che lo diciate, che infilano l’appuntamento nella fessura del mercoledì. Per la maggioranza dei pazienti, quelli sono il servizio sanitario. A chiedere garanzie non è soltanto l’opposizione: la stessa richiesta è arrivata da un consigliere di maggioranza, e allarmi analoghi si sono levati in altre province venete. Quando maggioranza, minoranza e categoria si preoccupano della stessa cosa, di solito quella cosa esiste.
L’assessore alla Sanità Gino Gerosa ha definito l’operazione «una grande sfida, ma nulla è impossibile». Sulla sfida non ci piove. Sul resto il paradosso è tutto qui, ed è più scomodo di quanto le due parti siano disposte ad ammettere: si discute con passione di come disporre i medici, mentre il problema è che i medici non ci sono. Fra il 2021 e il 2025 il Veneto ne ha persi per pensionamento quattro su dieci. Le proiezioni dicono che la carenza durerà altri sette o otto anni. Non esiste acronimo, vecchio o nuovo, che ne faccia comparire uno.
Discutere della forma, del resto, conviene a tutti. Chi governa annuncia una riorganizzazione, chi si oppone la contesta, e in mezzo si consuma un’estate di comunicati. La carenza no: non si annuncia e non si contesta. Si eredita da anni di programmazione sbagliata dei posti in formazione, e si smaltisce in tempi così lunghi che nessuno di quelli che oggi litigano sarà lì a raccoglierne il merito.
Le Aft, dunque, potranno anche funzionare meglio delle medicine di gruppo. Ma funzioneranno esattamente quanto glielo consente il numero che sta loro sotto. Perché il nodo dell’assistenza territoriale non è mai stato come si chiama il gruppo in cui i medici stanno insieme. È quanti pazienti ha ciascuno di loro sulle spalle. E finché quel numero non scende, ogni riforma resta un modo più ordinato di distribuire la stessa fatica — e il telefono, il lunedì mattina alle otto e un quarto, continuerà a suonare a vuoto.




