di Redazione · Maggio 16, 2025
Riceviamo e pubblichiamo da un nostro lettore una riflessione su politica e omosessualità
Convegno su autodeterminazione LGBTQUIA+ patrocinato dal Comune, ospiti Sala e Zan. L’opinione controcorrente di un omosessuale di Destra.
Gentile Direttore,
in questi giorni pagine social del Comune di Vicenza e bacheche di affissioni in giro per la città tengono a informarci che oggi, sabato 17 maggio, in occasione della Giornata Internazionale dell’Omolesbotransfobia, si terrà una conferenza il cui titolo è una via di mezzo tra la supercazzola e il domandone finale di Chi vuol essere milionario: “Il diritto all’autodeterminazione LGBTQUIA+. L’Europa è un paese per vecchi?”. Seguirà “sferruzzo nell’ambito dell’iniziativa Plaid for Pride” dove mani pietose ricameranno tacòni di stoffa multicolore per realizzare una gigantesca coperta arcobaleno da esporre in piazza dei Signori, in segno di “solidarietà”. Come se avessi accettato, mi verrebbe da dire. Madrine d’eccezione di un evento che già descritto così appare più onanistico di un film di Nanni Moretti saranno Isabella Sala, vicesindaco anzi pardon vicesindaca PD di Vicenza e Alessandro Zan, deputato PD. Lo avessero intitolato “Il diritto all’autodeterminazione del PD” sarebbero stati più onesti. E sorvoliamo, ma non più di tanto, sul fatto che l’Europa non è un paese ma un continente intesa in senso geografico e un’Unione, cioè un insieme di paesi, in quello politico. Ormai, non è neanche il caso di scandalizzarsi per questa sciatteria linguistica nella società che ha sdoganato lo schwa e gli asterischi: già tanto che abbiano scritto in italiano corretto. Stupisce un marziano come me, frequentatore incostante dell’annoiata scena culturale vicentina o di quel che ne resta, l’affannarsi dell’amministrazione comunale a promuovere un’iniziativa che non so se stigmatizzare in quanto sfilata dei rappresentanti della Sinistra o trionfo della più desolante inconsistenza: due cose che spesso coincidono.
Mentre in città accade di tutto, anche per demeriti di chi la amministra e dovrebbe essere in tutt’altre faccende affaccendato (vedasi l’AssessorA al Bilancio Sala, in difficoltà con una delega che male le si attaglia e ora peraltro anche priva dello scudo del valente e neo-pensionato Ragionier Capo Bellesia), apprendiamo con un riso amaro che le priorità della giunta Possamai non sono i ritardi dei cantieri PNRR, il Parco della Pace fermo al palo e le continue aggressioni ai Vicentini ma “l’autodeterminazione LGBTQUIA+”. Si dirà che non ce la si può cavare con il caro vecchio benaltrismo di maniera, buono solo a rigirare le frittate. Lo si vada a dire, rilancio io, al nostro affezionato vicentino medio nei cui panni, almeno per una volta, chi negli uffici e negli assessorati del Comune mette tutta la sua acribia nell’organizzare similari amenità, si dovrebbe pur mettere: l’uomo della strada, che abita nelle periferie degradate, magari con gli spacciatori sotto casa, magari con difficoltà economiche e figli da mantenere, che si vede aumentare TARI, addizionale IRPEF e mense scolastiche in una città rassegnata alle saracinesche dei negozi che si chiudono per sempre e allo spopolamento inarrestabile del suo Centro storico. Quel cittadino, dicevo, la cui pazienza eroica rischia ogni giorno di trascendere la soglia, se puta caso adocchiasse una delle ventordici locandine con bandiera arcobaleno sull’evento odierno, oso credere che perderebbe il lume della ragione a vedere come il suo Comune perde tempo e (forse) soldi. Tradotto: s’incazzerebbe parecchio.
Esaurita la quota di francese, passiamo al latino entrando in medias res.
Si viene a sapere che gli esponenti del PD, pardon, della Comunità LGBTQUIA+ con scappellamento a sinistra, pretendono a gran voce “autodeterminazione”. Rispolvero la maieutica di pigafettiana memoria e domando a costoro in un ideale dialogo socratico: voi che usate un termine così impegnativo (impossibile non pensare alla wilsoniana autodeterminazione dei popoli, 1919), quale definizione gli attribuite, di cosa state parlando nel concreto?
Ci sono due ipotesi, fra loro antitetiche: autodeterminazione come cittadini omosessuali che domandano maggiori tutele a un ordinamento liberal-democratico che già garantisce i diritti di tutti, quindi anche i loro, oppure come spasmodico anelito di quelli che si suole chiamare “omosessuali ideologici” alla totale anarchia. Alludo al proposito di certuni, mossi solo da furia iconoclasta di sessantottini a scoppio ritardato, di scompaginare l’impianto tradizionale della società, retto sulla famiglia eterosessuale, che sola consente la procreazione e quindi la prosecuzione della specie. Questa pletora di arrabbiati desidera abbattere il dispositivo foucaultiano di Sapere-Potere che ha normato la sessualità ammantandola di valenze politiche e sociologiche, rendendo l’omosessuale vittima di gravi discriminazioni in un tempo che tuttavia è configurabile come il passato remoto. Luce Irigaray, raffinata teorica del Femminismo di Seconda Ondata, anni Sessanta, lo chiamerebbe “discorso fallologocratico”, da sconvolgere in questo caso non innestandovi riferimenti al ruolo delle donne in una cultura all’epoca ancora egemonizzata da uomini, ma facendo largo a un immaginario gay (più fallologacratico di così!) che attraverso nuovi concetti e definizioni del reale forniti dalla percezione omosessuale, bisessuale, lesbica e transgender, trasformi la società dalle fondamenta.
In cosa la si vorrebbe trasformare non è chiaro.
Ancor meno quali siano i riferimenti su cui si fonderebbe tale percezione, se non sul sogno proibito di fare tabula rasa di strutture sociali un tempo condivise e ritenute un punto di riferimento comune, un valore collettivo da preservare e tramandare alle generazioni successive, e ora al collasso proprio per simili rigurgiti di individualismo anarchico, ripetuti per decenni in ogni ambito pubblico da quei rivoluzionari salottieri che sono nient’altro che i nonni di questi militanti della propria omosessualità. A questo punto, mi sembra doveroso precisare, per amor di lealtà verso il lettore, che anch’io faccio parte della categoria e in quanto “persona interessata ai fatti” ho sempre guardato con malcelato disagio a iniziative che utilizzano il pur nobile fine di promuovere l’eguaglianza per mettere in mostra una versione traviata, enfaticamente macchiettistica, della condizione omosessuale come a distinguerla da quella di chi ha altre preferenze.
Come se gli eterosessuali, per il solo fatto di manifestare predilezione verso il gentil sesso e desiderare una famiglia con figli, dovessero fare pubblica ammenda per emendarsi dal peccato. So di mancare di riguardo ai precetti di una corporazione la cui difesa d’ufficio, d’altra parte, non mi è mai appartenuta.
Mefitico coacervo delle teorie di liberazione sessuale e di rivoluzione guevarista care alla Sinistra più intollerante, nei circoli Arcigay si coltivano valori fatti di marzapane, come le case delle favole: giocosità, arcobaleni, sessioni di poliamore con dimostrazione incorporata, festini assortiti, lezioni su come difendersi dall’immancabile ritorno del Fascismo, sono i canoni più noti della loro religione, quella del D-Io Posso. Il “potere” è diventato il paradigma della nostra esistenza: il poter dire qualsiasi cosa, il poter muoversi nel mondo senza confini, il poter mescolarsi con gli altri senza riguardo alle differenti culture, fino a fonderci tutti in un grande calderone (froci di tutto il mondo, unitevi!), il poter fare qualunque cosa. Siamo all’ultimo gradino, o piuttosto l’ultimo girone.
Tutto sembra andare bene all’inizio, ma la fratellanza ti si rivolta contro nel momento in cui tu come adepto non ti professi pasdaran che a pugno chiuso sostituisca la bandiera rossa con quella arcobaleno e non ti dichiari seduta stante gay e quindi nemico delle “Destre”, gay e quindi pacifista, gay e quindi pro immigrazione incontrollata, gay e quindi ambientalista, gay e quindi proPal, gay e quindi vegetariano, o vegano, o pastafariano, o fruttariano, o altro consumatore di erbaggi che ha in odio la carne rossa e chi la ama (come il sottoscritto).
Gay e quindi ostile alla Patria, non solo a quella italiana ma al concetto stesso di Nazione. Ecco dove i nostri amici sono giunti, svendendo alla prima madrasa arcobaleno intercettata per strada la loro essenza di uomini e donne, con l’unicità che risiede in ognuno di noi, esseri illuminati. Siamo alla contestazione viscerale, urlata dal palco di ogni Gay Pride senza possibilità di dialogo, del Governo e dello Stato, ignorando che a prescindere da chi li rappresenti si reggono sulla democrazia costituzionale. Siamo alla totale delegittimazione del bene più grande che come cittadini abbiamo il compito di proteggere, l’unica cosa in cui tutti noi, senza davvero alcuna distinzione, ci possiamo riconoscere: l’Italia, la Bandiera, la storia che rappresenta quel drappo tricolore, il cammino di lenta ma inesorabile evoluzione nella convivenza civile che abbiamo compiuto insieme, la nostra storia, quella splendida eredità risorgimentale che ha trasformato un volgo disperso in un Popolo di liberi ed eguali.
Il paradosso è che una simile contestazione viene sempre rivolta a paesi dove l’omosessuale, in quanto cittadino, gode di quegli stessi diritti supremi che informano il costituzionalismo liberale dal Settecento, in quello stesso Occidente che si vorrebbe l’origine di ogni male. I contesti che questi buontemponi elevano a esempio della causa, gli omosessuali li perseguitano, li torturano, li uccidono. Non vedere la discrasia di elefantiache proporzioni che vi è tra la battaglia per la liberazione omosessuale condotta contro le Istituzioni italiane e la becera propaganda antisemita con la scusa di Gaza significa essere complici di un’organizzazione terrorista, Hamas, che in vent’anni di dominio col sostegno della popolazione ha impiccato o scaraventato giù dai palazzi gente come voi, che gridate Free Palestine! e Intifada! dai carri del Pride.
Quando poi un minimo di studio vi avrà affrancati dalla regressione allo stato di poppanti di cui siete prigionieri, scoprirete che i Pride di Tel Aviv sono spettacoli grandiosi e celebri per l’imponenza e il tripudio di colori. Non ho mai sentito parlare dei Pride di Gaza City o di Teheran ma non credo siano tanto rinomati. Se credete, vi invito a organizzarne uno. È il cortocircuito in cui finiscono quelli che abdicano alla propria ragione, al proprio libero arbitrio, elementi su cui si fonda l’individualità irripetibile di ogni persona, per soccombere a una setta che agisce all’unisono stimolata da istinti animali, come le folle oceaniche di Le Bon.
Gruppi di autocoscienza, nati per valorizzare l’esperienza comune, il reciproco affidarsi nel solco di quanto Carla Lonzi teorizzava per l’emancipazione femminile, per difendersi dalle vere aggressioni, dalle vere discriminazioni quando vi furono, trasformati in tanti piccoli politburo: gai, coccolosi e terzomondisti. Perché, poi, qualche burlone sprassolato (termine dalliano, per citare un omosessuale atipico e mai banale) avrà inventato un termine così poco virile per descrivere questa condizione che fu di Alcibiade, Giulio Cesare, Adriano, Michelangelo e Leonardo Da Vinci, non me lo spiegherò mai.
Confesso, sempre da persona “addentro ai fatti”, di non essermi mai sentito più o meno gaio del mio prossimo eterosessuale. Certi omosessuali hanno interiorizzato tanto pervasivamente la femminilizzazione dei loro corpi e della loro condotta, storica arma usata per relegarli ai margini del consesso civile additandoli a degenerati o malati di mente, da assumerla come fosse un connotato endemico della propria natura, riproponendo un modello distorto, voyeuristico e spesso volgare che finisce con l’esacerbare un solco tra “noi” e “loro” che non ha ragion d’essere, dando adito ai nostri (pochi e stanchi) detrattori odierni di considerarlo in termini sperequativi. Sarebbe ora di bandire simili infingimenti che riesumano lo spauracchio del ghetto e di considerare l’omosessualità per quello che realmente è: una condizione fisiologica, che riguarda esseri umani e animali, che nulla sottrae alla mascolinità o alla femminilità di chi la vive. Gli omosessuali militanti s’ostinano invece nella smania di abbattere ogni etichetta, proposito assurdo dato che oggi purtroppo ne sono rimaste ben poche con esiti ferali per una società occidentale sempre più sfilacciata, ma hanno finito per moltiplicarle.
Hanno così partorito una doppia assurdità, che da presupposti irrealistici approda a conclusioni esecrabili. Queer, lontra, orso, twink, sono solo alcuni dei ripugnanti epiteti con cui nell’ambiente si suole incasellare un omosessuale, inventati dagli omosessuali medesimi! Sarebbe tanto ovvio, e dunque non politicamente strumentalizzabile, lasciare ciascuno libero di sentirsi com’è, fissando quale unico limite il rispetto per una norma posta dalla natura: la differenza biologica tra uomini e donne.
Tornando, infine, al sottoscritto, riconosco che la mia sia una voce che stecca tra i belanti corifei della “resistenza” arcobaleno, ma non certo l’unica: che questo piccolo contributo possa animare la maggioranza silenziosa che condivide le mie doléances a ribellarsi ad ogni omologazione. Anche a quella che si ammanta di propositi egualitari: un conto è l’eguaglianza nel trattamento giuridico formale e sostanziale, che la nostra Costituzione tutela per tutti senza alcuna scriminante, un altro è la pretesa dispotica di assoggettare un intero gruppo, grande o piccolo che sia, allo stesso stile di vita (ammesso che gli omosessuali ne debbano per forza avere uno differente rispetto agli altri). L’unica cosa per cui valga davvero la pena di lottare è la nostra unicità, che ci rende differenti gli uni agli altri, non in quanto omosessuali, ma come esseri umani creati in comunione ai nostri fratelli. Così, dico che da omosessuale mi ripugna l’idea di essere rappresentato da bandiere di qual si voglia colore, perché l’intimità più profonda e i sentimenti non sono riassumibili in pezzi di stoffa, spille, aquiloni, magliette, e ogni altra cosa tangibile e deperibile.
Da omosessuale non accetto comitati, comitatini e comitatucci di lotta che pretenderebbero di difendermi: non mi sento un animale raro in estinzione, o peggio un anello debole di nessuna supposta catena gerarchica di individui.
Da omosessuale non voglio che nessuno mi imponga una linea politica e un metodo di lotta, parlando a nome di tutti gli omosessuali. Non in mio nome.
Da omosessuale credo che sciarade come quella del cervellotico dibattito di oggi, marce colorate e piumate, slogan che sono allusioni chiare al piacere erotico fine a sé stesso, storpiature provocatorie di preghiere, siano quanto di più lontano dal giusto si possa fare per essere ascoltati.
Da omosessuale mi sento uomo, non credo nella teoria del genere fluido, e lo stesso alludere a “comunità gay” o a una non meglio definita “cultura gay” mi fa rabbrividire. Non credo sia un fatto di cultura, di icone e punti di riferimento, di oscuri testi sacri, l’essere omo o eterosessuali. Come non è un fatto di scelta. E non è nemmeno un fatto d’orgoglio.
Da omosessuale non amo l’ipocrisia, infatti nemmeno ora mi sto nascondendo. Credo però egualmente becero l’estremismo opposto. Io prima d’essere omosessuale sono un appartenente alla razza umana e l’unica etichetta che accetto volentieri è quella che Spadolini volle incisa sulla sua tomba: “un italiano”. Nessuno può azzardarsi a etichettarmi sotto il profilo della mia psicologia, delle mie preferenze e dei miei sentimenti. I quali sono cosa mia. L’amore che provo, in ogni sua manifestazione, è una forza troppo alta, pura, nobile per essere trascinata in una contesa polverosa che sa di guerra di religione. Solo tenendo vivo il dialogo si raggiungerà un risultato, da entrambe le parti. Si gettino al vento pulsioni corporative, vittimismo, e aria di sfida, assieme con pendagli, parrucche e belletti. Ci si armi di pazienza, tolleranza, pacatezza e senso di normalità, la quale esiste eccome, anche se a taluni fa comodo negarla. Ecco, queste sono le mie confessioni. Condivisibile o meno, è il pensiero di uno che parla con cognizione di causa.
Giovanni Ottomano




