La morte non riscrive le canzoni

di Arrigo Abalti · Agosto 11, 2026

Perché continuo a non amare Guccini, e perché la santificazione mi convince ancora meno

 

Francesco Guccini è morto il 6 agosto, a Pavana, a 86 anni. Funerali privati, per sua volontà. Su questo, tutto il rispetto che si deve a un uomo, a una famiglia, a un lutto: niente da aggiungere, niente da discutere.

Il resto, però, è un’altra cosa. E la cosa che ci sembra più onesta da dire, in mezzo al coro, è che la morte di un artista non migliora retroattivamente la sua opera. Non ci è mai piaciuto Guccini. Non ci piaceva sabato scorso, non ci piace oggi. Sarebbe più comodo tacere per una settimana e riprendere il discorso a settembre, quando i necrologi saranno finiti. Ma il silenzio, in questi casi, viene sempre scambiato per consenso.

Non ci sono mai piaciuti i testi. Quello che ai suoi ammiratori suona come poesia — il lessico ricercato, la citazione colta, il verso lungo che si arrotola su sé stesso — a noi è sempre sembrato letteratura in prestito: la canzone che si mette la giacca buona per farsi accettare in salotto. C’è una solennità di fondo, un tono da lezione, che pretende una postura dall’ascoltatore. Non ti canta addosso: ti spiega. E il “poeta” appiccicato addosso alla canzone d’autore italiana — a lui più che a chiunque — ha finito per essere una promozione e insieme una condanna: ha reso i suoi versi intoccabili prima ancora di renderli belli.

Non ci è mai piaciuta la musica. Non nel senso che fosse fatta male: nel senso che spesso quasi non c’era. Un giro di chitarra, una progressione prevedibile, strofe che si allungano per reggere le parole, la voce che tiene il ritmo del parlato più che quello della melodia. Per chi lo ama, è esattamente il punto: la musica come veicolo, l’essenzialità come scelta etica. Per noi è stata sempre un’occasione mancata, e ascoltare un suo disco intero è un esercizio che assomiglia più alla lettura obbligata che al piacere.

E poi c’è L’avvelenata, che è il pezzo più rivelatore di tutti. Un artista che dedica una canzone intera a rispondere ai suoi critici costruisce, di fatto, uno scudo: chi obietta viene arruolato d’ufficio nel ruolo del critico saccente già smascherato dalla canzone. È un’operazione furba, forse anche divertente. Ma è un modo per rendersi impermeabile, e l’impermeabilità in un artista non è mai un pregio.

Il vero problema, però, non è Guccini. È quello che ci hanno costruito sopra.

Da un certo punto in poi — la data la mette ognuno dove vuole, noi la mettiamo attorno all’epoca del divano televisivo, degli aneddoti sull’Appennino, del vino, della pipa, del “Maestrone” — Guccini ha smesso di essere un cantautore ed è diventato un patrimonio. Un nonno saggio nazionale. Il format è sempre lo stesso: la voce ruvida, il ricordo di Bologna, la battuta, l’applauso commosso. Fabio Fazio con l’occhio lucido che ti fa sentire in colpa se non sei politicamente corretto. Un dispositivo perfetto, e perfettamente disinnescante. Perché il santo non si giudica: si venera. E un artista che non si può più giudicare è un artista che è stato messo in cornice e appeso al muro.

C’è pure un asteroide che porta il suo nome. Va benissimo. Ma la beatificazione fa un danno preciso: trasforma un autore divisivo, polemico, di parte, in un soprammobile su cui tutti possono essere d’accordo.

E qui arriva la parte che mi riesce meno digeribile: il cordoglio a destra. Nelle ore successive alla notizia si è visto il consueto rituale bipartisan, con parole di stima e versi citati da chi per cinquant’anni ha rappresentato con esattezza tutto ciò contro cui quelle canzoni erano scritte. La locomotiva non è un inno generico alla ribellione, è una canzone su un anarchico. Dio è morto non è una massima da condividere sui social, è un testo che la Rai censurò e divise l’opinione pubblica. Fingere che siano fondi di magazzino della cultura italiana, buoni per qualsiasi comunicato, non è omaggio: è appropriazione. È il modo più elegante di svuotare un autore, cioè adottarlo. Senza conoscere nè la storia nè la geografia dell’Italia degli anni Settanta.

Il fastidio non è nemmeno nostro soltanto: era suo. Nel 2022 Giorgia Meloni lo invitò ad Atreju e lui declinò; lei citava Cirano da anni, e lui liquidò la cosa dicendo che di quella canzone non aveva capito niente. Nell’aprile del 2020, per il 25 aprile del lockdown, incise una Bella ciao con dentro i nomi di Salvini, Berlusconi e Meloni. Non era un nonno saggio sopra le parti: era un signore di ottant’anni che faceva ancora, in modo scoperto, il tifo contro chiunque non fosse di sinistra. Chi oggi lo commemora citando i versi a caso ha davanti un uomo che, da vivo, gli avrebbe risposto per iscritto e in rima…anche no, grazie.

Vale la pena aggiungere che il fronte non è nemmeno compatto: pezzi della destra militante lo hanno insultato anche da morto, il che almeno ha il pregio della coerenza. Il problema non è la simpatia o l’antipatia. È che entrambe, oggi, arrivano senza istruttoria.

Perché lo stesso meccanismo funziona anche in direzione opposta. In questi giorni è tornata a circolare una vecchia pagina di Cuore, primi anni Novanta: un finto coming out scritto da Michele Serra, con Guccini che sta al gioco e si dichiara gay: un pezzo satirico che prendeva di mira l’omofobia istituzionale della Bologna del cardinal Biffi e le uscite di un deputato di estrema destra. Bersaglio: loro, non lui. Oggi lo si rilegge come materiale d’archivio identitario, e più in generale si riscrive un repertorio intero nella grammatica delle marginalità contemporanee — Guccini come cantore degli ultimi, degli esclusi, dei margini.

Non è un’operazione infame, è un’operazione anacronistica. Quel testo funzionava perché nel 1991, in quella città, dirsi gay era una provocazione politica precisa contro un potere preciso. Toglierlo dal contesto e usarlo come tessera di un mosaico odierno significa fare a quel pezzo esattamente ciò che qualcuno fa a La locomotiva: prendere il colore e buttare via la storia.

Paradossalmente, chi lo ha davvero amato dovrebbe essere il primo a irritarsi. Perché la canonizzazione postuma è il contrario della trasmissione: fa di un artista un oggetto di culto invece che un oggetto di discussione, e le cose di cui non si discute smettono di essere vive nel giro di una generazione.

Lo dice chi non lo ha amato mai, il che vale meno e forse conta di più: il rispetto per un morto non è l’obbligo di convertirsi. La forma di rispetto più seria che possiamo offrire a un artista è continuare a trattarlo come un artista — uno di cui si può dire, senza abbassare la voce e senza chiedere scusa, che non ci è mai piaciuto.

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