di Arrigo Abalti · Maggio 17, 2026
Il paradosso della cultura in Veneto: si va a teatro più della media nazionale ma si investe molto meno
Trentuno euro. È quanto spende in media ogni veneto per andare a teatro. Tra i valori più alti d’Italia. Il pubblico c’è, le imprese reggono, i fondi ministeriali arrivano. Ma in Regione si investe ancora poco.
A dir la verità non è sempre mancata allo stesso modo. Con Luca Zaia la cultura è stata gestita come voce residuale, finanziata quel tanto che basta a non creare conflitti con i grandi enti. “Quattro, forse cinque euro pro capite investiti nello spettacolo dal vivo, contro i 27 dell’Emilia-Romagna e i 28 della Lombardia” confida un operatore. Non un ritardo storico. Una scelta politica reiterata per un decennio.
Brecht diceva: prima il mangiare, poi la morale. La Regione ha applicato il principio alla lettera, ma al contrario: ha fatto la morale dello spettacolo — leggi, commissioni, dichiarazioni — senza mai mettere il mangiare. La L.R. 17 esiste ed è una legge solida. Ma una legge senza dotazione è un contenitore vuoto.
Nel vuoto prospera la rendita di posizione. Il Teatro Stabile funziona: trattiene tutto quello che scende dall’alto e non lascia arrivare niente a valle. Le compagnie, a valle, coltivano orti con l’acqua piovana. Competono sul mercato nazionale con le mani legate, contro soggetti sostenuti da regioni che investono il doppio o il triplo.
Alberto Stefani sta scrivendo l’agenda della nuova governance. La cultura può starci dentro o restare fuori. Ma se resta fuori, il Veneto consegna alla nuova legislatura lo stesso paradosso di quella precedente: la regione con il pubblico più attivo d’Italia e l’investimento regionale più basso tra le grandi economie del Nord.
C’è poi la proposta di AGIS Triveneto sul tavolo: unificare i fondi dispersi in un’unica architettura dentro la L.R. 17, separare il finanziamento delle grandi fondazioni da quello del sistema professionale, costruire un tavolo permanente con le imprese. La cifra che chiedono come primo segnale è un milione di euro aggiuntivo nel triennio. In una regione col PIL pro capite tra i più alti del paese è quasi simbolica. Come simbolica, finora, è stata anche la risposta.
Stefani ha ereditato un sistema che si è retto nonostante la Regione, non grazie ad essa. Può scegliere che questo continui. Oppure può decidere che il Veneto smetta di essere la regione che va a teatro con i propri soldi e lascia che gli altri finanzino la cultura al suo posto.
L’opera da quattro soldi, appunto. Meno anche di Brecht.



