Il baraccone e l’atmosfera

di Arrigo Abalti · Marzo 31, 2026

Botta e risposta tra Lega e resto del centrodestra ad Arzignano. Fine della tattica

 

C’era una pubblicità, negli anni Settanta, che gli italiani conoscono a memoria senza sapere di conoscerla. Gino Cervi — il commissario Maigret, l’uomo che non corre, non urla, non insegue, che risolve i casi aspettando che i colpevoli vengano a galla da soli — versava il brandy e diceva, con quella pausa calibrata al millimetro: Vecchia Romagna Etichetta Nera, il brandy che crea… un’atmosfera.
Non spiegava cosa fosse l’atmosfera. Non serviva.
L’atmosfera non si spiega. Si serve. Si aspetta che faccia effetto. Chi la beve non sa mai dire con precisione quando ha cominciato a sentirsi diverso.
Riccardo Masiero fa politica come Maigret serviva il brandy.

Per un mese intero ha governato il tempo della campagna senza ancora averla aperta. Un nome alla settimana. Una lista alla volta. Il coperchio tenuto fermo, il fuoco basso, gli ingredienti dosati con la pazienza di chi sa che la fretta è il solo errore che non si perdona. Ha fatto aspettare. Ha fatto desiderare. Ha trasformato ogni voce, ogni indiscrezione, ogni si dice che in presenza. In ingombro. In inevitabilità.
Quando Lovat e Nova Republica  hanno dichiarato la loro disponibilità a sostenerlo, Masiero ha risposto con il tono di chi non deve spiegare niente: il perimetro è segnato, la stanza è già calda, non c’è bisogno di altro legno. Un no gentile. Ma pur sempre un no. Il no di chi sa già cosa vuole essere e non ha intenzione di diventare altro per compiacere qualcuno.
Maigret non apre la porta a tutti. Sceglie chi entra nella stanza.

Poi è arrivato Dal Ceredo.
Il segretario della Lega di Arzignano ha attaccato ad alzo zero — baraccone, minestrone, accozzaglia — con il linguaggio dell’uomo del nord-est che non le manda a dire, che chiama le cose con il loro nome, che preferisce la chiarezza alla diplomazia. È una postura che ha una sua dignità. Ha anche – soprattutto – una sua miopia. La principale è confondere la causa (la crisi di dicembre) con l’effetto (il baraccone) che quella crisi ha generato.
In secondo luogo perché Dal Ceredo cerca Masiero sul piano del conflitto. E Masiero non è lì. Non è mai stato lì. È in un’altra stanza. È su un altro piano — quello dell’atmosfera, del clima, della sala che si scalda senza che nessuno abbia acceso il riscaldamento. Attaccarlo su quel piano è come tirare un pugno all’aria. Come gridare in un appartamento che si è già svuotato. Come cantare a squarciagola senza accorgersi che il pubblico se n’è andato.
Sono due tipi di politica incomparabili. Uno è la trincea. L’altro è il brandy e il caminetto acceso.
E il brandy vince sempre.

Masiero non risponde. Sorride. Parla di serenità, di una città che vuole togliersi il muso, di una primavera che si sente già nell’aria. Lui pensa all’atmosfera, non al baraccone. Lascia a Lovato, il capo di FdI di Arzignano,  la pistola fumante e il compito di sparare un altro colpo. Lui tiene in mano il bicchiere.
Giovanni Lovato spara il suo colpo — in aria, per ora, ma è un colpo senza censura. Nomina Enrico Marcigaglia. Cinque parole che nel lessico ovattato della politica veneta equivalgono a una sentenza pubblica: stai servendo la strategia di Marcigaglia. Non è un avvertimento. È una mappa. È Fratelli d’Italia che ridisegna la geografia del centrodestra arzignanese in una riga sola — quella in cui la Lega non è un partito che ha scelto di andare da solo per convinzione, ma una pedina su una scacchiera che qualcun altro controlla. Lovato dixit.
La canzone della Lega, ascoltata bene, non parla di Masiero.
Parla di Marcigaglia.
E Maigret, in un angolo, annuisce appena. Lo sapeva già. Lo sapevano tutti. Mancava solo qualcuno che lo dicesse ad alta voce.

Questa è la vera storia di questo inizio di settimana arzignanese. Non il baraccone. Non le liste che nascono e muoiono. Non gli insulti e le repliche. La vera storia è che tre uomini hanno scritto tre comunicati stampa credendo di fare tre cose diverse e hanno fatto invece una cosa sola: hanno disegnato, senza saperlo, la mappa di una guerra civile che non hanno ancora la voglia di dichiarare.
Dal Ceredo ha creduto di attaccare Masiero e ha reso Masiero più necessario. Ogni bordata lo consolida come alternativa. Ogni accusa lo posiziona come bersaglio — e i bersagli, in politica, hanno sempre più visibilità di chi spara. Specialmente se sono al piano di sopra e in un’altra stanza.
Masiero ha scritto un comunicato di ringraziamento e ha condotto un’operazione di precisione. Il sorriso non è gentilezza. È distanza. È un modo raffinato per dire: tu non mi raggiungi. Tu stai ancora combattendo la guerra di ieri. Io sono già altrove. E non mi vedrai arrivare.
Lovato ha scritto una dichiarazione di sostegno e ha firmato, quasi di nascosto, l’atto di nascita di una nuova geografia — quella in cui Fratelli d’Italia ad Arzignano non è più l’ombra della Lega, ma qualcosa che ancora non ha un nome ma ha già una direzione.
I protagonisti di solito sono gli ultimi a capire la storia in cui recitano.

La diplomazia è finita. Quella stagione lenta e paziente in cui ci si insultava con garbo, si sussurrava dietro le spalle, in cui le rotture venivano rinviate, in cui il tavolo si teneva insieme anche quando non reggeva più il peso — quella stagione è chiusa. Quel che viene adesso è più semplice e più brutale: gli ex alleati che si guardano negli occhi senza abbassare lo sguardo, che usano le parole come si usano le pietre, che hanno smesso di fingersi amici senza ancora ammettere di essere nemici. Ma è solo questione di tempo.
Il rischio — quello che nessun comunicato stampa osa nominare — è che non finisca solo la diplomazia. Che finisca qualcosa di più grande e più fragile. Che una città già stanca di baruffe, si trovi davanti a una campagna elettorale che sembri più a una resa dei conti tra famiglie che a una proposta di governo.
E Arzignano ha bisogno di un buon sindaco. Non di uno spettacolo indecoroso.
La differenza, in certi momenti, è tutto.

 

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