di Arrigo Abalti · Aprile 16, 2026
Il nuovo DG della Sanità veneta parla, e quello che dice è già una nuova idea del sistema
Giancarlo Ruscitti non è una nomina. È una risposta.
La sanità veneta — quella che per anni ha vissuto di rendita, brandendo il Covid come scudo e come curriculum — aveva bisogno non di un altro custode del tempio, ma di qualcuno capace di rimettere in discussione persino le fondamenta. I suoi due predecessori hanno governato in un tempo in cui bastava non perdere per vincere. L’emergenza pandemica ha coperto molto: le crepe strutturali, la questione generazionale, l’assenza di un pensiero lungo sul capitale umano del sistema. Quando l’emergenza è finita, è rimasto il vuoto.
Ruscitti viene da un’altra storia.
Sessantacinque anni, veneziano, medico con la testa da manager e le mani da costruttore: ha guidato la sanità regionale veneta, ha attraversato il privato accreditato, ha coordinato ospedali universitari, ha seguito la Provincia autonoma di Trieste. Non è un funzionario che aspetta la pensione. È un uomo che ha scelto — ogni volta — di tornare in campo quando c’era qualcosa da fare davvero. Nel 2010, quando aveva già dato, è tornato. Anche stavolta.
Il presidente Stefani non gli ha affidato una poltrona. Gli ha consegnato un mandato preciso, che Ruscitti stesso ha tradotto con disarmante chiarezza: formare una classe dirigente di giovani. Parole che, in bocca a un direttore generale di una delle aziende sanitarie più grandi d’Italia, suonano rivoluzionarie. Perché il sistema pubblico italiano non forma dirigenti: li accumula, li consuma, li esaurisce. O li fa scappare.
Lui vuole fare il contrario.
Vuole che chi ha trentacinque anni, quaranta al massimo, capisca oggi che lavorare nella sanità veneta è un’opportunità. Non un ripiego, non una rendita, non una trincea. Un’opportunità. La parola che nel lessico della burocrazia sanitaria aveva smesso di circolare.
C’è una radicalità silenziosa in questo progetto. Non si tratta soltanto di assumere medici giovani o di ridistribuire risorse tra farmaci e stipendi. Si tratta di immaginare che il prossimo calo demografico — quello che ridurrà i bisogni acuti e amplierà quelli sociali, sociosanitari, cronici — venga affrontato da una generazione addestrata a pensare in modo integrato, non settoriale. Territorio e ospedale. Anziani e famiglia. Case di comunità e alta specializzazione. Il Veneto come laboratorio, non come museo.
Ruscitti lo sa: la media europea ci ha già detto dove siamo. Qualche anno fa eravamo la regione migliore del continente. Oggi quella certezza è meno solida. Non siamo in crisi, ma il vantaggio si erode. E quando si erode il vantaggio, o ci si ferma a contemplarlo, o si torna a costruire.
Ha scelto di costruire.
Il profilo che emerge dall’intervista con cui ha preso pubblicamente la parola non è quello di un direttore generale nel senso tradizionale del termine. È quello di un coach. Uno che sa cosa vuol dire vincere — e sa che nessuna squadra vince due volte con gli stessi uomini, se quegli uomini non crescono.
Il Veneto ha bisogno di questo. Non di eredi del Covid ma di una nuova generazione di protagonisti del futuro. La visione è la sensibilità verso i giovani l’ha calata il presidente Stefani, ma ogni visione ha bisogno di chi la rende possibile. Il coach appunto.



