di Redazione · Aprile 16, 2026
Sanità e AI
Settantotto su cento. Quasi quattro aziende su cinque. L’intelligenza artificiale nella sanità italiana non è più il futuro — è già il presente di chi la produce. È il futuro ostaggio di chi dovrebbe usarla.
Intesa Sanpaolo e l’Università Campus Bio-Medico hanno pubblicato stamattina il primo rapporto nazionale sull’IA in sanità. Il numero che rimane in testa non è quello delle aziende che ce l’hanno già. È quello di chi non riesce a usarla: il settanta percento degli operatori MedTech italiani indica la burocrazia come il muro principale. Non la tecnologia. Non i costi. La burocrazia. Il modulo. Il visto. Il timbro. Il funzionario che aspetta la circolare che aspetta il decreto che aspetta il regolamento europeo che aspetta la direttiva che aspetta Godot.
L’Italia ha una delle industrie medicali più avanzate d’Europa. Ha ricercatori che pubblicano su Nature. Ha startup che vendono algoritmi diagnostici a ospedali tedeschi e americani. E ha un sistema sanitario nazionale che riesce nell’impresa di trasformare questa eccellenza in irrilevanza quotidiana, come se il Paese avesse due sistemi nervosi che non si parlano — uno veloce, privato, reattivo; uno lento, pubblico, autoreferenziale.
Non è una novità, diranno in molti. Il SSN è lento per natura. È universale, è gratuito, è enorme — non puoi pretendere la stessa agilità di una startup di Palo Alto.
Giusto. Ma c’è un punto oltre il quale la lentezza non è più una caratteristica strutturale. Diventa una scelta. Diventa politica. Diventa il risultato di vent’anni di governi — tutti, nessuno escluso, destra e sinistra alternati come stagioni — che hanno trattato la sanità digitale come una voce da inserire nel programma elettorale e da dimenticare il giorno dopo le elezioni. Il PNRR ha messo sul tavolo risorse per la digitalizzazione sanitaria che in molte regioni stanno ancora aspettando di essere spese. Non perché manchino le idee. Perché mancano i funzionari in grado di gestire le certificazioni. Perché mancano i professionisti che sappiano fare da ponte tra il linguaggio della tecnologia e il linguaggio della pubblica amministrazione. Perché nessuno ha pensato, in vent’anni, che forse valeva la pena formare queste persone.
Nel frattempo i pazienti aspettano. Non metaforicamente — aspettano davvero, con il numeretto in mano, nei corridoi degli ospedali, per esami che un algoritmo già disponibile sul mercato potrebbe refertare in minuti. Aspettano liste di attesa che esistono anche perché il sistema non riesce a ottimizzare le risorse che già ha. Aspettano diagnosi che arrivano tardi perché il medico di base lavora ancora con strumenti degli anni Novanta, non per scelta sua ma perché nessuno gli ha dato di meglio.
Il San Raffaele di Milano dice che l’IA “deve essere l’occasione che permetterà al SSN di rimanere competitivo”. Parole condivisibili. Ma c’è un problema con la parola “occasione”: le occasioni hanno una scadenza. E questa, a giudicare dalla velocità con cui il sistema sanitario italiano assimila le innovazioni, rischia di scadere mentre stiamo ancora discutendo del regolamento attuativo.
C’è una scena che spiega tutto meglio di qualsiasi rapporto. In alcuni ospedali italiani, i medici usano ChatGPT sul telefono personale per incrociare dati clinici e letteratura scientifica — di nascosto, senza che risulti da nessuna parte, perché ufficialmente non è consentito. Lo strumento esiste, funziona, migliora il lavoro. Ma non è stato approvato, certificato, regolamentato, inserito nei protocolli. Quindi non esiste. Il medico lo usa lo stesso perché non è stupido. Il sistema fa finta di niente perché non sa come affrontare la questione.
Questo è il livello. Non stiamo parlando di fantascienza o di robotica chirurgica. Stiamo parlando della difficoltà di legalizzare uno strumento che il professionista usa già, gratuitamente, sul proprio iPhone.
Il rapporto di oggi chiede meno burocrazia e più formazione. È la richiesta giusta. È anche la richiesta che viene fatta ogni anno, da ogni rapporto, da ogni commissione, da ogni convegno. Poi il convegno finisce, i relatori tornano ai loro uffici, e il modulo per la certificazione dell’algoritmo diagnostico è ancora in attesa di risposta dal ministero.
Il paziente è pronto. Ha già l’app, ha già il saturimetro connesso, ha già il fascicolo sanitario elettronico che nessuno guarda. È pronto da anni.
Il problema non è mai stato il paziente.
Buongiorno Vicenza, 15 aprile 2026




