Il grande esodo che non esiste. Ovvero: lo Stato ridisegna la montagna per tenerla vuota con più cura

di Redazione · Febbraio 16, 2026

La montagna che non va da Maometto…

 

Bisogna dare atto allo Stato italiano di una coerenza che rasenta la perfezione artistica: quando un posto si svuota, manda i tecnici a ridisegnarne i confini. Non le strade. Non i medici. I confini. È la versione amministrativa del medico che, invece di curare il malato, aggiusta la cartella clinica.

Il decreto sui Comuni montani — approvato il 5 febbraio in Conferenza Unificata, dopo mesi di rinvii, trattative e lettere al ministro — porta a 3.715 i municipi che possono fregiarsi del titolo. La stampa nazionale  lo racconta con la grazia del referto medico: 218 mila nuovi residenti dal 2019, calo demografico medio del 2,87 per cento, saldo migratorio positivo in dieci comuni su cento. I numeri sono esatti. Il problema è tutto intorno ai numeri. E soprattutto c’è una cosa che la stampa ufficiale non dice: che il decreto non è affatto la riforma espansiva che sembra. È il risultato di una guerra di trincea durata due mesi, in cui le Regioni hanno strappato un compromesso accettabile partendo da una bozza iniziale che avrebbe tagliato i comuni montani da 4.059 a 2.843. Il numero finale — 3.715 — è una vittoria dimezzata, non un progetto.

Il Veneto, cioè la battaglia

Nel Veneto quella guerra si è combattuta comune per comune, con la Regione che ha dovuto negoziare parametro per parametro per salvare i propri territori. Il risultato lo certifica il testo ufficiale: i comuni veneti montani passano da 157 a 133. Ventiquattro in meno. Non sono numeri astratti: sono paesi.

E per capire dove il decreto colpisce, basta guardare l’allegato 3 — l’elenco ufficiale dei 3.715 — e confrontarlo con quello che c’era prima. In provincia di Vicenza i comuni riconosciuti come montani nel testo finale sono 37: Altissimo, Arsiero, Asiago, Bassano del Grappa, Brogliano, Caltrano, Calvene, Cogollo del Cengio, Crespadoro, Enego, Foza, Gallio, Laghi, Lastebasse, Lugo di Vicenza, Lusiana Conco, Monte di Malo, Nogarole Vicentino, Pedemonte, Piovene Rocchette, Posina, Pove del Grappa, Recoaro Terme, Roana, Rotzo, Salcedo, San Pietro Mussolino, Santorso, Schio, Solagna, Tonezza del Cimone, Torrebelvicino, Valbrenta, Valdagno, Valdastico, Valli del Pasubio, Velo d’Astico.

Prima erano 46. Ne mancano nove. I loro nomi sono: Breganze, Chiampo, Colceresa, Cornedo Vicentino, Fara Vicentino, Marostica, Pianezze, Romano d’Ezzelino e Trissino.

Sono paesi della pedemontana vicentina. Paesi dove la montagna finisce e la pianura comincia, dove le quote sono basse ma il territorio è ancora complesso, le strade ripide, i servizi radi. Paesi che non arrivano alla soglia dei 350 metri di altitudine media richiesta dal nuovo criterio principale, e che non sono abbastanza “interclusi” — circondati da montagna — per rientrare per contigüità. Paesi che, per dirla brutalmente, sono troppo in basso per essere montagna e troppo in alto per essere pianura. La terra di nessuno amministrativa.

Il paradosso di Marostica

Marostica è nota per la scacchiera in piazza, le ciliegie, i turisti. È anche un comune che ha sempre avuto lo status di montagna, con tutto quello che ne consegue in termini di agevolazioni, accesso ai fondi, deroghe burocratiche. Ora non ce l’ha più. I suoi 13.000 abitanti scoprono che, secondo i parametri altimetrici di un DPCM firmato a Roma, vivono in pianura.

Non è questione di campanile. È questione di risorse. Perdere la classificazione montana significa uscire dal Fosmit — il Fondo per lo sviluppo delle montagne italiane — perdere gli sgravi burocratici sulle assunzioni stagionali, perdere le deroghe sui servizi essenziali. Per un comune di medie dimensioni con un territorio che include anche aree impervie, non è uno scherzo.

Certo: la Regione Veneto ha ottenuto dall’accordo allegato al decreto l’impegno a usare la propria quota del Fosmit anche per i comuni esclusi dall’elenco nazionale. È una rete di sicurezza. Ma è una rete che dipende dalla volontà politica regionale, non da un diritto. Calderoli chiama questo “autonomia delle Regioni”. I sindaci di Marostica, Cornedo e Trissino lo chiamano in altro modo.

Il ministro bergamasco e la montagna vicentina

Roberto Calderoli è bergamasco. Sa cos’è la montagna. Ha anche dimostrato, nel negoziato di gennaio-febbraio, una disponibilità reale a modificare la bozza iniziale, che era assai più tagliente. La Regione Veneto è passata da 119 comuni nella prima bozza a 133 nel testo finale — 14 comuni recuperati attraverso pressione politica e tecnica, insistendo su parametri alternativi come l’altitudine media e la contiguità territoriale.

Ma qui sta il punto che il decreto non risolve e che nessuno vuole dire ad alta voce: la classificazione dei comuni montani non è una fotografia della realtà. È una negoziazione politica travestita da misurazione tecnica. Lo dimostra il fatto che Brogliano — Valle dell’Agno, quota 170 metri — è nell’elenco finale, recuperato “dopo confronti tecnici in Regione”, mentre Cornedo Vicentino — stessa valle, quota simile — non c’è. La differenza tra montagna e non-montagna, in certi casi, è chi ha fatto le telefonate giuste.

Quello che il decreto non tocca

Nel testo ufficiale del DPCM ci sono cinque criteri tecnici molto precisi: percentuale di superficie sopra i 600 metri, pendenza, altitudine media, altitudine massima, appartenenza a province montane confinanti con l’estero. Non c’è una parola su fibra ottica. Non c’è una parola su medici di base. Non c’è una parola su trasporti. Non c’è una parola su scuole. Il decreto ridefinisce chi è montagna. Non dice cosa fare della montagna.

La Legge 131/2025 prevede, è vero, un secondo step: un ulteriore DPCM che definirà un sottoinsieme di comuni “beneficiari delle misure di incentivazione” sulla base di criteri socioeconomici — crediti d’imposta per medici e insegnanti, incentivi per imprese under 40, sostegni alle nascite. Ma quel DPCM non c’è ancora. Esiste la promessa del DPCM. Nel frattempo, i nove comuni vicentini esclusi aspettano.

La morale, che è amara

218 mila nuovi residenti dal 2019. Il dato c’è, è reale, è il frutto di un movimento — piccolo, minoritario, ma reale — di persone che hanno scelto la montagna durante e dopo il Covid. Ma quel dato vive nonostante le politiche, non grazie ad esse. Sono i “nuovi montanari” di cui parla da anni Dislivelli, la gente che ha deciso di andare su per ragioni personali, filosofiche, quasi esistenziali. Lo Stato arriva adesso, con il decreto, come il Comune che mette il cartello di “zona pedonale” in una strada che i bambini hanno già conquistato da soli.

A Breganze, a Marostica, a Trissino, a Romano d’Ezzelino non arriva neanche quel cartello. Arriva la lettera che dice: voi non siete abbastanza in alto. Arrangiatevi.

La montagna italiana non ha bisogno di essere ridefinita. Ha bisogno di essere abitata. Sono due cose diverse. Una la fa un decreto legislativo. L’altra richiede qualcosa che in Italia scarseggia più dell’ossigeno in quota: una politica che pensi per generazioni e non per legislature. E che sappia che la montagna non finisce dove finisce l’altimetro.

 

 

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