Imprese in pressing e salute in lista d’attesa

di Arrigo Abalti · Aprile 4, 2026

Un miliardo e mezzo alle imprese in cinque giorni, sei mozioni alla sanità dopo anni. La Repubblica italiana risponde alla pressione. Al bisogno, per ora, risponde con le mozioni 

 

Sei mozioni. Cinque gruppi parlamentari. Un solo problema che non si risolve
Mercoledì primo aprile il governo ha trovato un miliardo e mezzo per le imprese. Sempre mercoledì primo aprile il Parlamento ha approvato sei mozioni per i malati. La differenza non è solo nei numeri. È nei tempi. E nei tempi si legge tutto. Confindustria aveva alzato la voce il sabato. Il lunedì successivo era già convocato il tavolo al Mimit. Il paziente in lista d’attesa aspetta da anni. Continuerà ad aspettare. Perché Confindustria bussa e la porta si apre. Il paziente bussa e trova un modulo da compilare.
Qualcuno, nei corridoi di Montecitorio, aveva notato la coincidenza. «È imbarazzante», aveva detto sottovoce un deputato di maggioranza. Poi aveva aggiunto: «Ma non lo scrivere». Lo si scrive lo stesso, perché è la sintesi più onesta di una giornata parlamentare che ha avuto il sapore di quelle in cui si lavora molto e si cambia poco.

La narrativa.
La mozione a prima firma Imma Vietri è, prima di tutto, un’operazione di racconto. Il governo ha trovato un sistema sanitario a pezzi e lo sta rimettendo insieme. I numeri ci sono: il Fondo sanitario nazionale salito da 125 a 142,9 miliardi in quattro anni. Il gap con la media europea dimezzato, da 15 a 7,8 miliardi. Il decreto 73 del 2024 — il primo intervento organico sulle liste d’attesa dopo anni di inerzia normativa — con quattro dei sei decreti attuativi già in Gazzetta. Oltre mille strutture che avrebbero incrementato i volumi di prestazioni del venti per cento.
Sono numeri veri. Il problema è che i numeri veri non sono sempre numeri sufficienti. Un termometro che sale non è una febbre che scende.
Il finanziamento del Servizio sanitario nazionale cresce in valore assoluto e scende in rapporto al PIL. Gli italiani pagano la sanità di tasca propria al 23,6 per cento — quasi il triplo della Francia, il doppio della Germania. I fondi integrativi privati hanno triplicato gli iscritti in dieci anni. E al terzo trimestre 2025, delle somme destinate all’abbattimento delle liste d’attesa, 135 milioni su 1,37 miliardi non risultano ancora impegnati dalle Regioni. È un dato che la mozione di maggioranza cita — con un certo coraggio — per chiedere alle Regioni di fare la loro parte.
Tradotto: il governo ha messo i soldi. Qualcuno non li ha spesi. E il paziente aspetta. Come sempre, l’ultimo ad arrivare alla mensa è quello che aveva più fame.

La piattaforma che c’è e non si vede.
C’è una storia che vale la pena raccontare, perché nessuno l’ha raccontata fino in fondo. A giugno 2025 il Ministero della Salute ha annunciato con un certo orgoglio il lancio della Piattaforma Nazionale delle Liste d’Attesa, realizzata da AGENAS. Trasparenza, monitoraggio, dati in tempo reale — recitava il comunicato. La realtà è che la piattaforma pubblica ancora dati aggiornati ai primi mesi del 2025, con cadenza mensile. Non è un cruscotto. È una fotografia ritardata di qualcosa che nel frattempo si è già mosso. Come quei quadri nei corridoi dei ministeri: i volti sono quelli di chi non c’è più, e nessuno li cambia.
AGENAS aveva annunciato una versione 2.0 per dicembre 2025, con dati regionali disaggregati e cadenza giornaliera. Poi una versione 3.0 per il primo semestre 2026, con interoperabilità piena tra i sistemi di prenotazione. Siamo dentro quella finestra. Ieri in Aula nessuno ha chiesto a che punto fossero. Nel frattempo solo due Regioni — Lazio e Basilicata — trasmettono i dati in tempo reale. Le altre no.
L’agenzia ha finalmente una governance: a febbraio si è insediato il nuovo Consiglio di Amministrazione con Fedriga alla presidenza e Angelo Tanese come direttore generale. La struttura c’è. Resta da capire se verrà usata per incalzare le Regioni o per accompagnarle nei loro ritmi. La differenza, in burocrazia, è quella tra un cane pastore e un cane da compagnia.

Le opposizioni.
Conte, Malavasi, Faraone, Bonetti. Quattro firme, quattro sfumature, una convergenza su tre punti.
Il personale: superare i tetti di spesa, piano straordinario di assunzioni, stipendi in linea con i colleghi europei. Lo chiedono tutti. Il M5S con urgenza, il PD con un piano pluriennale, Italia Viva aggiungendo la questione salariale — perché il medico italiano guadagna meno di quello tedesco e lo sa, ed è per questo che emigra o va nel privato. Il governo ha detto sì, in linea di principio. I decreti attuativi mancanti diranno se il principio diventa pratica. Il principio, in politica, è la promessa che costa meno fare.
La trasparenza: le “liste occulte” — agende che si chiudono, prestazioni che spariscono dal circuito ordinario e riappaiono in quello privato — restano il punto cieco del sistema. Italia Viva usa la parola giusta per una cosa che esiste e che la piattaforma AGENAS, finché non sarà disaggregata per struttura e per regime di erogazione, non potrà rendere visibile. È un trucco di prestigio che funziona finché nessuno guarda sotto il tavolo.
Il tema più politicamente rilevante lo pone il PD: far sostenere al sistema pubblico i costi dell’intramoenia quando il cittadino non riesce ad ottenere la prestazione in tempo. Una tutela dell’urgenza. Il governo valuterà. Valutare, in politica, è il sinonimo educato di rimandare.
Azione, con Bonetti, pone la questione che nessuno vuole affrontare: non quanto si spende, ma come. Fabbisogni e costi standard, dimensione minima efficiente delle ASL, CUP unico regionale con caratteristiche uniformi. Sono proposte tecniche. Sono anche le più difficili da attuare, perché toccano gli equilibri di potere delle burocrazie sanitarie regionali. Per questo finiscono quasi sempre nelle mozioni e quasi mai nelle riforme. Come certi libri sulla scrivania: tutti li mostrano, nessuno li apre.

Il punto.
Sei mozioni approvate mercoledì. Qualcuna in blocco, qualcuna parzialmente, qualcuna nei punti meno impegnativi. Mentre al Mimit si festeggiava il ritorno al 90 per cento del credito d’imposta per le imprese che avevano investito in macchinari — dopo cinque giorni di trattativa, con in più 200 milioni di risorse aggiuntive di provenienza non meglio precisata — a Montecitorio si approvavano impegni la cui realizzazione è affidata, ancora una volta, alla buona volontà delle Regioni.
«Da dove avete preso quei soldi per Transizione 5.0?», aveva chiesto l’opposizione in Aula al ministro Urso. «Da un po’ di sacrifici», aveva risposto il ministro Foti. Sacrifici che per la sanità, evidentemente, non si trovano. Forse perché i macchinari votano, e i pazienti no.
Il Parlamento ieri ha votato. Il paziente oggi torna in lista. E la lista, si sa, non finisce mai dalla parte giusta.

 

CONDIVIDI SU

[wpzoom_social_icons id="12577"]