di Redazione · Settembre 11, 2026
In Sassonia-Anhalt l’AfD ha preso il sessanta per cento del voto operaio. A Vicenza, negli stessi giorni, Cgil Cisl e Uil erano davanti alla Prefettura per un ragazzo di vent’anni morto sul tetto di una fabbrica alle dipendenze di una ditta esterna. Due notizie lontanissime, la stessa sparizione
Operaio. La parola esiste ancora, in italiano come in tedesco, ma da qualche anno sopravvive quasi soltanto in un posto: la riga di una tabella. Non nei programmi, non nei comizi, non nei nomi delle correnti. Nelle tabelle sì, e lì è di una precisione chirurgica.
Il 6 settembre, in Sassonia-Anhalt, l’AfD ha sfiorato il quarantaquattro per cento, e l’affluenza è risalita di quindici punti rispetto a cinque anni fa: gente che aveva smesso di votare è tornata alle urne. Poi sono arrivati gli incroci, e con gli incroci la riga. Il sessanta per cento degli operai, come riferivano le agenzie già la sera del voto. Percentuali simili tra i giovani e tra chi fatica ad arrivare a fine mese. Il 20 settembre si vota a Berlino e in Meclemburgo-Pomerania, e la riga si rifarà.
La lettura che circola da giorni è che quello stia diventando il partito dei lavoratori — di quelli che hanno pagato il conto di politiche industriali ed energetiche decise molto prima che Friedrich Merz arrivasse alla cancelleria — e che prima di suonare l’adunata contro la destra che avanza una certa sinistra farebbe bene a un po’ di sana autocritica. È una lettura giusta e insufficiente. Perché l’autocritica, di solito, finisce sul come si parla agli operai. La domanda vera viene prima: quando è che qualcuno è andato a vedere dove stanno.
Nel 1934 Simone Weil lasciò l’insegnamento e andò a lavorare in fabbrica, all’Alsthom e poi alla Renault, e ne tenne il diario che sarebbe diventato La condizione operaia. Non lo fece per solidarietà. Lo fece perché era convinta che di una cosa simile non si potesse parlare per sentito dire. Oggi quel gesto sembra eccentrico. Allora era il minimo sindacale, nel senso proprio dell’espressione.
Qui la riga della tabella ha un indirizzo. Il 28 agosto, a Barbarano Mossano, un ragazzo di vent’anni stava lavorando sulla copertura di uno stabilimento. La copertura ha ceduto, lui si è aggrappato a quel che ha trovato, ed è stato folgorato. Non era dipendente dell’azienda in cui è morto: lavorava per una ditta esterna. Venerdì Cgil, Cisl e Uil erano davanti alla Prefettura di Vicenza a chiedere tre cose per niente astratte: ispettori, responsabilità lungo tutta la catena degli appalti, lotta al lavoro nero.
Vale la pena fermarsi su «ditta esterna», che è l’espressione che rende la faccenda perfetta. Vuol dire che quel ragazzo, nella tabella dell’azienda dove ha passato l’ultimo giorno della sua vita, non c’era. Compariva in un contratto d’appalto, in una fattura, e adesso in un fascicolo dello Spisal. Il paradosso è tutto qui: l’operaio è uscito da quasi tutte le tabelle, e ne restano due in cui lo si trova ancora col decimale. Quella di chi conta i voti e quella di chi conta gli infortuni.
Ecco perché la faccenda tedesca smette di essere una curiosità da pagina esteri. Non perché il Veneto sia la Sassonia-Anhalt: non lo è, ha occupazione piena e un export che tiene meglio della media nazionale. Ma il meccanismo è lo stesso. Una parte del lavoro è stata scomposta in appalti, subappalti, somministrazioni e partite Iva finché il nome collettivo che la teneva insieme non è più servito a nessuno. Chi l’ha smarrito per primo ha perso i voti. Chi l’ha ritrovato l’ha ritrovato come segmento, che è il modo educato di non conoscere nessuno. In mezzo resta un mestiere che continua a esistere: su un tetto, ad agosto, a vent’anni.
Lulù Massa, nel film di Elio Petri del 1971, contava pezzi a cottimo e si sentiva un ingranaggio dentro una macchina più grande di lui. Cinquantacinque anni dopo il problema si è rovesciato: nessuno lo conta più, tranne il giorno del voto. Perché quando di un lavoratore si conosce soltanto la percentuale, il problema non è che voti in un modo che non ci piace: è che per accorgersi della sua esistenza bisogna aspettare un sondaggio. O un verbale




