di Arrigo Abalti · Settembre 11, 2026
Il 6 agosto Futuro Nazionale annunciava duemila iscritti in provincia di Vicenza. Il 2 settembre se n’è andato Luca Bellotti, che ne aveva portati oltre cinquecento. L’8 settembre è stato espulso l’uomo che ha la tessera numero diciotto. Il partito del generale Vannacci cresce nei sondaggi e si svuota nelle stanze
6 agosto 2026. Futuro Nazionale annuncia di avere superato le duemila tessere in provincia di Vicenza, e a darne notizia è Joe Formaggio, passato in primavera da Fratelli d’Italia al partito del generale. 2 settembre. Luca Bellotti, ex sottosegretario, entrato in aprile insieme a lui, se ne va con una lettera aperta. 8 settembre. Viene espulso Luca Sforzini, che del movimento era l’ideologo, e che nel rispondere tiene a far sapere di avere la tessera numero diciotto. Tre righe di verbale, un mese scarso.
Nello stesso mese i sondaggi danno quel partito sopra la Lega. È il dato che va guardato due volte, perché di solito un’organizzazione che sale nei consensi trattiene la gente, non la perde. Qui succede il contrario, e succede ai piani alti: non se ne vanno gli scontenti dell’ultima ora, se ne vanno i primi arrivati. Chi tiene in mano la tessera numero diciotto è, per definizione, uno dei diciotto che c’erano quando non c’era ancora niente.
Un partito, tradizionalmente, si misura da quante tessere fa. Questo va misurato da quante gliene tornano indietro. Bellotti nel Polesine ne aveva portate più di cinquecento in una provincia sola; ci ha messo cinque mesi ad andarsene, scrivendo che su certe posizioni non si riconosceva più e che la destra in cui crede non ha bisogno di alzare la voce per dimostrare di esistere. Altri, altrove, hanno riconsegnato la propria e quelle di chi si era iscritto per seguirli. Il tesseramento, che è il gesto più burocratico della politica, è diventato l’unico linguaggio rimasto: ci si parla restituendo cartoncini.
Max Weber lo aveva spiegato un secolo fa, e non era un rimprovero morale ma una legge di funzionamento: il carisma o si trasforma in struttura o si consuma, perché la fedeltà a una persona non si eredita e non si amministra, si organizza. È il passaggio che qui non è stato fatto. E a leggere le voci dei fuoriusciti che ItaliaOggi raccoglie oggi in prima pagina, l’accusa ricorrente non è nemmeno ideologica: è logistica. Sezioni annunciate e poi lasciate senza indicazioni, incontri pubblici a pagamento, nessun programma scritto. Sono accuse di parte e vanno prese per quello che sono, perché le fa chi ha sbattuto la porta. Ma fanno tutte lo stesso rumore.
C’è una parola che torna in ognuna di quelle testimonianze, ed è visibilità. In Ecce Bombo, nel 1978, Nanni Moretti costruiva un personaggio che passava il film a calcolare come farsi notare: andare alla festa o non andarci, restare in disparte o mostrarsi. Faceva ridere perché era un’angoscia privata. Quando diventa il criterio con cui si tiene insieme un movimento politico, smette di far ridere e diventa un metodo di governo.
Il paradosso è tutto qui: quel partito non ha mai avuto tanti iscritti e non ha mai perso tanti dirigenti. Cresce nella parte che si conta e si sfalda nella parte che decide. E questa non è una faccenda di Roma o di Varese, perché il numero più grosso di tutta la storia è vicentino: duemila.
Duemila persone, in questa provincia, hanno messo una firma e qualche euro su un nome. Non è poco, e non è una stranezza: è la quantità di gente che qui cerca da tempo qualcuno a cui dare fiducia, e che la dà anche in fretta. Verso quelle duemila firme qualcuno ha contratto un debito, e il debito non si onora con un annuncio di nuove sezioni.
Perché quando un partito conta soltanto le tessere che entrano e non quelle che tornano indietro, il problema non è chi se ne va: è che duemila vicentini hanno aderito a una cosa di cui nessuno, a sette mesi dalla fondazione, ha ancora scritto il programma.



