La politica ha paura del suo medico

di Arrigo Abalti · Maggio 18, 2026

 

Una domanda semplice che nessuno vuole fare. Chi curerà i cittadini nelle aree interne, nelle periferie, nei territori dove il medico di famiglia non c’è e non si candida?Il ministro Schillaci la risposta ce l’ha. Il problema è che ce l’hanno anche le Regioni. E allora il mistero si sposta: perché la maggioranza che governa il Paese si comporta come un condominio che non riesce a decidere chi paga il riscaldamento?

La riforma della medicina generale è tecnicamente semplice. Doppio canale: convenzione per chi vuole restare libero professionista, dipendenza volontaria per chi lavora nelle Case di Comunità. Niente di rivoluzionario. Anzi, è la fotografia di ciò che già esiste in pezzi sparsi di Paese, messa a sistema. Le Regioni — quelle stesse Regioni a guida centrodestra che siedono al tavolo con Schillaci — la vogliono. La chiedono da anni. Eppure la maggioranza parlamentare nicchia, temporeggia, guarda dall’altra parte.
Perché? La risposta è elettorale, come quasi sempre in questo Paese quando la politica incontra la sanità. La Fimmg conta voti. I medici di famiglia sono una categoria organizzata, capillare, presente in ogni collegio. Molti siedono addirittura in Parlamento. Toccare il dogma della convenzione significa toccare un nervo. E la maggioranza — che pure ha vinto le elezioni, che pure governa, che pure ha il mandato per riformare — si scopre improvvisamente timida davanti a quarantamila camici bianchi.
Il paradosso è grottesco. Le Regioni di centrodestra chiedono al Parlamento di centrodestra di approvare la riforma di un ministro di centrodestra. E il Parlamento di centrodestra risponde con il silenzio. Nel frattempo, 781 Case di Comunità su 1.715 programmate restano mezze vuote, i due miliardi del PNRR rischiano di finanziare cattedrali nel deserto, e la scadenza del giugno 2026 si avvicina come un treno che nessuno vuole vedere.
Il sottosegretario alla Salute Marcello Gemmato parla di “grande passo in avanti”. Schillaci di “occasione storica”. Le parole sono ottimiste. I fatti sono un tavolo che si chiude senza accordo da settimane. Nella politica italiana questa distanza tra le parole e i fatti ha un nome preciso: si chiama rinvio. E il rinvio, in sanità, ha un costo che non si misura nei sondaggi ma nelle sale d’aspetto dei pronto soccorso intasati, nelle liste d’attesa che crescono, nei territori che restano senza presidio.
La domanda semplice resta lì, senza risposta. Anch’essa, appunto, in lista d’attesa.

 

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