L’adattamento climatico è già cominciato

di Redazione · Agosto 17, 2026

Alle due di notte, sulle colline vicentine, ci sono le luci accese tra i filari. Non è folklore, non è una trovata per il turismo enogastronomico: è l’unica ora in cui in questo agosto l’uva si può ancora raccogliere senza cuocerla.

La vendemmia 2026 è cominciata il 5 o 6 agosto sui vigneti più stressati. Nella memoria dei produttori non era mai successo: negli anni scorsi si partiva a fine agosto o a settembre. Le macchine entrano nei filari alle due o alle tre del mattino, le squadre a mano alle sei. Sui grappoli si spruzza polvere di roccia per abbassare la temperatura di foglie e acini — una tecnica che fino a poco fa era una curiosità agronomica e che quest’anno è diventata prassi.

Il punto che vale un editoriale non è il caldo. È che l’adattamento climatico, quello di cui si discute nelle conferenze come di uno scenario da preparare, nel Vicentino è già avvenuto. È stato progettato, comprato, installato e pagato — dai singoli, ciascuno per conto proprio, con i propri soldi.

E il conto di quell’adattamento privato si legge in due numeri che circolano in queste settimane nelle campagne venete. Dove l’acqua arriva, la contrazione produttiva si aggira sul quindici per cento. Dove non arriva, il raccolto è bruciato o cala fino al quaranta. Venticinque punti di differenza che non dipendono dalla competenza dell’agronomo né dalla qualità del vigneto: dipendono da chi, cinque o dieci anni fa, ha avuto i mezzi per mettere un impianto d’irrigazione. Il clima sta selezionando le aziende per dotazione infrastrutturale, e lo sta facendo in un settore che il Vicentino ha costruito in cinquant’anni.

Va detto che la Regione, su questa estate, si è mossa presto e ha detto la verità. Lo stato di emergenza regionale per deficit idrico è arrivato a luglio, con una certificazione che non addolcisce nulla: al 31 maggio l’anno idrologico segnava un deficit del ventotto per cento, quasi 2,4 miliardi di metri cubi d’acqua mancanti. È seguita la dichiarazione nazionale, dodici mesi di durata, con 3 milioni e 550 mila euro dal Fondo per le emergenze. Avepa ha aperto le domande per il carburante agricolo agevolato destinato alle irrigazioni di soccorso, con sportello fino al 15 dicembre. Sono atti giusti e tempestivi, e sarebbe scorretto far finta che non ci siano.

Il problema è che sono tutti strumenti d’emergenza applicati a una condizione che ha smesso di essere un’emergenza. Il carburante agevolato serve a portare acqua dove l’acqua non c’è, quest’anno. I 3,5 milioni nazionali, misurati contro 2,4 miliardi di metri cubi mancanti, non sono un intervento: sono un riconoscimento. E il Fondo di solidarietà nazionale è talmente esiguo che gli stessi uffici regionali avvertono di non aspettarsi risarcimenti. Se lo strumento principale resta il ristoro postumo di un danno, il danno continuerà ad arrivare puntuale.

La parte costruttiva è che gli strumenti strutturali esistono già, e sono nelle mani della Regione. La programmazione dello sviluppo rurale finanzia da anni l’ammodernamento degli impianti irrigui e la realizzazione di invasi aziendali. Il programma d’azione regionale prevede la riduzione delle dispersioni, l’aumento dei volumi utili dei bacini, le vasche di raccolta delle acque piovane, il riuso delle acque reflue depurate a fini irrigui. Non c’è nulla da inventare. Ci sono due cose da fare: spostarci sopra il peso finanziario che oggi va all’emergenza, e cambiare il criterio con cui si scelgono i beneficiari.

Il secondo punto è il più importante e il meno discusso. Un bando che premia chi presenta il progetto migliore, con il tecnico pronto e il cofinanziamento in banca, manda i soldi alle aziende del meno quindici: quelle che l’acqua ce l’hanno già e che stanno perfezionando un vantaggio. Le aziende del meno quaranta — piccole, in collina, senza impianto e senza liquidità per anticiparlo — sono strutturalmente escluse dallo stesso strumento che dovrebbe salvarle. Se la Regione vuole che la spesa produca resilienza e non concentrazione, la selezione va costruita a partire da chi oggi non ha nulla: anticipi, progettazione assistita tramite i consorzi, priorità agli invasi collettivi dove il singolo non regge l’investimento.

C’è anche un motivo di calendario per dirlo adesso. L’amministrazione regionale è a inizio mandato: è la fase in cui si imposta la programmazione, non quella in cui si rincorrono i danni. Chiedere alla Regione di far piovere sarebbe assurdo. Chiederle di decidere che l’irrigazione non è più un miglioramento fondiario facoltativo ma un’infrastruttura di base, e di scrivere i bandi di conseguenza, è una richiesta ragionevole e per una volta perfettamente eseguibile.

N.B. le percentuali -15% / -40% circolano nella stampa veneta di inizio agosto 

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