Lo psicologo della mutua

di Arrigo Abalti · Luglio 11, 2026

 

C’era una volta il medico condotto, che girava il paese in bicicletta e curava i corpi conoscendo le vite: sapeva che la sciatica del contadino peggiorava a ogni grandinata e che il mal di stomaco della maestra si chiamava, in realtà, solitudine. Ora il Veneto annuncia che entro settembre porterà in Consiglio regionale lo psicologo di base: un medico dell’anima che nelle novantanove case di comunità affiancherà i medici di famiglia. Il presidente Stefani parla di «esplosione di casi» tra i più giovani, e per una volta la parola non è propaganda: un adolescente su sette porta addosso i segni di un disturbo psichico, gli accessi in neuropsichiatria infantile sono cresciuti di oltre il settanta per cento in dieci anni e tra i tredicenni sono quasi triplicati. Nei pronto soccorso, i ricoveri dei ragazzini che si fanno del male da soli sono quadruplicati. Tre quarti dei disturbi mentali si presentano alla porta prima dei venticinque anni: bussano presto, e quasi sempre trovano la segreteria telefonica.

C’è poi un dettaglio che spiega la spinta del Presidente: Alberto Stefani ha poco più di trent’anni. È il primo governatore che potrebbe essere il fratello maggiore dei ragazzi che vuole aiutare, non il nonno. E la vicinanza non è solo questione di carta d’identità: è di linguaggio. La sua generazione viene un attimo prima della Z, e tra le due lo scarto è breve, contiguo — hanno abitato lo stesso mondo con il telefono in tasca, si capiscono perfino quando si fraintendono, e hanno imparato insieme che dire «sto male» non è una diserzione. Tra quei ragazzi e chi li ha governati finora — i boomer Zaia e Lanzarin, cresciuti in un’adolescenza analogica dove il malessere era un lusso da ricchi o un segreto da tenere in cantina — non corre una generazione: corre un’era geologica. Certe ferite, per capirle, non basta studiarle nei report. Bisogna averle viste da vicino: nel banco accanto, o nello specchio.

Ai nostri figli abbiamo dato tutto: il telefono a dieci anni, l’inglese a cinque, l’ansia in omaggio. Gli abbiamo insegnato a prestazione continua — voti, follower, colloqui — dimenticando di dirgli che si può anche crollare, e che crollare non è un difetto di fabbrica. Poi, quando stanno male, gli offriamo la scelta tra una lista d’attesa lunga un’adolescenza e un tariffario che i genitori non si possono permettere: cinque milioni di italiani avrebbero bisogno di un aiuto e rinunciano perché costa troppo.

Lo psicologo accanto al medico di famiglia non risolverà tutto, e conoscendo la sanità qualche ragazzo troverà l’ambulatorio chiuso il giovedì. Ma intanto passa un’idea rivoluzionaria nella sua semplicità: che la mente sia un organo come il fegato, solo un po’ più affollato. Per un secolo, davanti al dolore invisibile, abbiamo prescritto il rimedio di famiglia: «Reagisci». Adesso proviamo con una cura sperimentale. Ascoltare.

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