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di Arrigo Abalti · Ottobre 21, 2026
Al congresso della Lega Luca Zaia e i suoi ex assessori non firmano né per Salvini né per Garavaglia. Neutrali sulla linea, non sul seggio: per le Politiche il posto blindato di Treviso passa da chi vincerà a Milano
Oggi, ore 13. Il termine è scaduto e Massimo Garavaglia le firme le aveva: ottanta, più di cinquanta lombarde, una decina venete. Sabato e domenica, a Milano, la Lega sceglierà il segretario a scrutinio segreto. Fino a lì l’unico gesto visibile era la firma. Ed è proprio quello che in Veneto qualcuno ha deciso di non far vedere.
Luca Zaia non ha firmato né per Matteo Salvini né per lo sfidante. Non hanno firmato con lui Elisa De Berti, Manuela Lanzarin e Roberto Marcato, gli assessori della sua stagione. Non ha firmato nemmeno il trevigiano Stefano Marcon. Zaia ha una ragione di forma: da presidente del Consiglio regionale si considera una figura istituzionale. Marcato ne ha una più sincera: «Mettiamola così: ho dato». Firmare per nessuno dei due, in un partito dove in questi giorni si contano le firme una per una, è un modo elegante di chiamarsi come il western di Tonino Valeri: il mio nome è Nessuno.
È la Guardia Svizzera di Palazzo Ferro Fini. Divisa impeccabile, alabarda al piede, sguardo fisso sulla porta della Sistina. Durante il conclave le guardie non votano: presidiano. Aspettano la fumata, poi si mettono a disposizione di chi esce.
Il paradosso è tutto qui: la neutralità dei pretoriani riguarda la linea, non la carriera. Sulla linea, anzi, il cuore batte dalla parte dello sfidante. Il modello tedesco Cdu-Csu, con i territori che contano più del centro, è una bandiera dell’area nordista, e piace anche a Zaia. Ma nella stessa cronaca di oggi si legge che alle Politiche il collegio di Treviso sarebbe blindato per lui. Il suo apporto è considerato decisivo per un partito che i sondaggi danno poco sopra il cinque per cento. Il cuore a Monaco, il seggio a Treviso. E le liste le compone il segretario.
Machiavelli scriveva degli svizzeri che erano armatissimi e liberissimi, ma sulla neutralità era assai meno indulgente. Nel capitolo ventunesimo del Principe avverte che chi non ti è amico ti chiede di restare fermo, chi ti è amico ti chiede di schierarti. Aggiunge che i principi irresoluti scelgono la via di mezzo per scansare il pericolo del momento, e il più delle volte ci rimettono.
C’è poi un dettaglio che rende la scena ancora più curiosa. Un leghista di prima fila racconta che tra Salvini e Garavaglia l’intesa ci sarebbe già, e che sabato a Milano andrebbe in scena più un’esibizione che una gara. Gli indizi pubblici non lo smentiscono. Lo sfidante chiama la propria candidatura una testimonianza, dice che serve a unire e non a dividere, e rinvia ogni resa dei conti a dopo le Politiche. Il segretario ribatte che non è una sfida, ma un confronto, e intanto prepara una segreteria che potrebbe allargarsi proprio ai nordisti. Se fosse così, la neutralità veneta diventerebbe un capolavoro di prudenza alla rovescia: fare la guardia alla porta di un conclave in cui il papa è già stato scelto.
Intanto, tra i leghisti circola una stima: un consigliere regionale su due voterebbe Garavaglia nel segreto dell’urna. È una voce senza nome e va presa come tale. Ma se fosse vera, direbbe che la Liga una scelta l’ha già fatta, solo che preferisce farla dove non si vede. E con un’intesa già scritta al vertice, quel voto sarebbe una protesta più che una scelta.
Eppure la Guardia Svizzera, quella vera, neutrale non lo è mai stata. Il 6 maggio 1527, durante il Sacco di Roma, si fece massacrare sui gradini di San Pietro per dare a Clemente VII il tempo di mettersi in salvo a Castel Sant’Angelo. Le reclute giurano ancora oggi in quella data. Per gli svizzeri del papa la fedeltà era un rischio da correre, non un’assicurazione da stipulare.
Perché la Liga veneta, per trent’anni, è stata il conclave: lì si decideva chi usciva con la mitria. Restare alla porta in attesa della fumata, per sapere a chi giurare, non è prudenza istituzionale. È il modo più composto di ammettere che il conclave, ormai, si tiene altrove. E forse si è già tenuto.


