di Arrigo Abalti · Luglio 7, 2025
Nel capoluogo lombardo nascono i primi laureati della Medtec School, un corso che unisce medicina e ingegneria. Un modello di innovazione formativa che potrebbe trovare terreno fertile anche a Vicenza, se si decidesse di scommettere sul futuro
A Milano, come spesso accade, hanno fatto prima. E l’hanno fatto bene. La notizia è che nei giorni scorsi si sono laureati i primi medici-ingegneri d’Italia: trentasette ragazzi usciti da un corso interdisciplinare che unisce medicina e ingegneria, nato sei anni fa dalla collaborazione tra la Humanitas University e il Politecnico. Si chiama Medtec School e rappresenta un’idea semplice e rivoluzionaria allo stesso tempo: formare professionisti che sappiano usare le nuove tecnologie per curare meglio, più in fretta, e – perché no – con più umanità.
È un’iniziativa che racconta molto della Milano di oggi, della sua capacità di fare sintesi tra saperi diversi, di creare sinergie tra università, ricerca e impresa, di attrarre giovani da tutto il mondo. I corsi si tengono in inglese, l’approccio è internazionale, l’orizzonte è quello delle Life Sciences, una delle frontiere su cui si giocherà buona parte della competitività dei Paesi avanzati nei prossimi decenni.
Certo, Milano è Milano. Ma la domanda sorge spontanea: davvero non possiamo fare qualcosa di simile anche a Vicenza?
Una scommessa da fare
Vicenza ha tutto quello che serve: una rete di imprese tecnologiche che sanno stare nel mondo, una sanità pubblica e privata di eccellenza, istituti tecnici e ITS che formano ogni anno centinaia di giovani preparati. È una città che conosce il valore dell’innovazione e che ha già dimostrato, in più settori, di saper competere quando si fa sistema.
Eppure, finora, manca una visione. Manca quell’ambizione di lungo periodo che a Milano – e anche in Emilia, per dire – non hanno mai smesso di coltivare. Manca l’idea di fare rete tra università, ospedali e imprese per dare vita a un vero polo dell’innovazione biomedica. Una Medtec School vicentina non è un sogno: è un progetto alla portata, se solo ci si mettesse intorno a un tavolo con la volontà di provarci davvero.
La lezione milanese
Quel che colpisce dell’esperienza milanese non è solo la qualità dei corsi o la lungimiranza delle università coinvolte. È la visione culturale che la sostiene. Come ha ricordato Donatella Sciuto, rettrice del Politecnico, la convergenza tra medicina e ingegneria è una delle leve principali dello sviluppo sociale ed economico. Ma è anche, verrebbe da aggiungere, una forma nuova di umanesimo scientifico, in cui il progresso tecnologico non è fine a sé stesso, ma al servizio della persona.
In un tempo in cui la parola “innovazione” rischia spesso di diventare una scatola vuota, Milano prova a riempirla di contenuti concreti. Con investimenti, idee chiare, contaminazioni tra discipline, attenzione alla formazione delle nuove generazioni. E con un messaggio non banale: che la bellezza della tecnica non sta solo nella potenza delle macchine, ma anche nella misura, nella cura, nella relazione umana.
Vicenza metta la testa sul futuro
Ora, Vicenza non è una metropoli. Ma proprio per questo ha ancora più bisogno di costruirsi uno spazio nelle reti della conoscenza e dell’innovazione. E ha la possibilità di farlo a modo suo: senza imitare, ma interpretando con intelligenza e concretezza un modello virtuoso. Serve una spinta istituzionale, un ruolo guida del mondo produttivo, e un dialogo aperto con il sistema universitario del Nordest. Il tempo non manca. Ma non è infinito.
Perché nel mondo post-industriale, le città che crescono non sono più solo quelle con le fabbriche più grandi, ma quelle con le idee migliori. E dove queste idee si traducono in opportunità per i giovani, qualità dei servizi, attrattività per imprese e talenti.
I medici-ingegneri sono nati a Milano. Ma potrebbero crescere anche qui. Dipende da noi.
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