di Redazione · Agosto 10, 2026
Investigatori privati sui dipendenti dell’Ulss 2. Ora la Regione manda gli ispettori sugli investigatori.
Il sospetto è la più economica delle diagnosi. Non richiede macchinari, non produce liste d’attesa, non prevede ticket. Bastano un’agenzia, un’utilitaria grigia parcheggiata dove non dà nell’occhio, un signore che aspetta sotto casa con il caffè che si raffredda nel bicchierino di plastica. All’Ulss 2 di Treviso, per un certo periodo, la medicina del territorio ha assunto questa forma qui: il territorio osservato, il dipendente seguito, l’assenza fotografata. L’Azienda aveva ingaggiato investigatori privati per controllare i propri dipendenti, che è il modo elegante e aziendalistico per dire che l’azienda non si fidava dell’azienda.
Ora la Regione manda gli ispettori. Ispettori sugli investigatori. Controllori dei controllori dei controllati. È una matrioska amministrativa perfetta, e come tutte le matrioske ha il pregio di sembrare piena mentre resta, all’interno, sostanzialmente vuota. Manca solo il passaggio successivo, che pure verrà: qualcuno che vada a verificare come hanno lavorato gli ispettori mandati a verificare come avevano lavorato gli investigatori mandati a verificare come lavoravano i dipendenti. A quel punto avremo raggiunto la piena occupazione, e sarà tutta in nero sull’asfalto, dentro un’utilitaria grigia.
L’assessore alla Salute Gino Gerosa è cardiochirurgo, mestiere in cui si apre e si guarda e quello che c’è dentro è quello che c’è: non ci sono interpretazioni, ci sono ventricoli. Ma la politica ha una anatomia diversa, e infatti la formula scelta è quella prudente: dobbiamo aspettare la risposta degli ispettori, che ci faranno “un panorama esatto” di quanto accaduto. *Panorama.* Parola meravigliosa. Non un referto, non un verbale, non un fascicolo: un panorama. Come se dalla direzione generale dell’Ulss 2 si scorgessero, in giornate limpide, le colline dell’Asolano e, più in fondo, le responsabilità. E il cardiochirurgo cede il passo all’apprendista politico.
Poi c’è la battuta della settimana, che vale l’intera vicenda. Il direttore generale della sanità veneta Giancarlo Ruscitti, presente all’incontro, liquida la questione con una domanda retorica: ma credevate che non li avremmo mandati? È un capolavoro di grammatica del potere. È la battuta che definisce la personalità del DG. La domanda retorica è l’unica forma di risposta che non richiede fatti: sposta il peso della prova su chi ha domandato, trasforma il dubbio in maleducazione, e chiude la pratica prima ancora di aprirla. Chi ha chiesto si scusa, chi ha risposto si assolve, il verbale registra un sorriso.
Resterebbe il merito, che è la parte noiosa e quindi la parte che conta. Perché controllare un dipendente non è di per sé un peccato: lo Statuto dei lavoratori non vieta di accertare condotte illecite — il badge timbrato dal collega, il cartellino e poi il mare — e su questo la giurisprudenza ha aperto varchi larghi. Vieta però un’altra cosa, e la vieta da cinquantacinque anni: usare agenzie e guardie per sorvegliare l’adempimento della prestazione, cioè per stare addosso a come uno lavora. La differenza tra le due ipotesi non è una sfumatura. È tutto. Ed è esattamente la cosa che gli ispettori dovranno stabilire, sperabilmente con meno panorama e più catasto: chi ha firmato l’incarico, con quale delibera, con quali soldi, per quanti dipendenti, con quale finalità dichiarata e quale reale.
Nel frattempo, in un’azienda sanitaria da migliaia di persone che ogni giorno tengono in piedi pronto soccorso e reparti, qualcuno ha camminato non sapendo di essere guardato. Si lavora meglio o peggio, quando si è guardati male? Lo sa chiunque abbia mai avuto un capo dietro la schiena, figurarsi un professionista pagato per starci.
Il vero assenteista, in questa storia, è la fiducia. Non timbra da un pezzo, non risponde al telefono, non si presenta ai turni. E per lei, per ora, nessuno ha un mandato o un incarico.




