di Arrigo Abalti · Settembre 15, 2026
Riceviamo e pubblichiamo la lettera di Giovanni N. Perazzolo, ex Presidente di Progetto Salute Valle Agno, in risposta al nostro articolo “Il Gran Premio della Montagna”
Gentile dott. Abalti,
ho letto con interesse il suo articolo Il Gran Premio della Montagna. Non intendo contestare né la normativa vigente né il problema, reale, della sicurezza dei punti nascita con bassi volumi di attività.
Vorrei però richiamare l’attenzione su un aspetto che, a mio avviso, rischia di fornire un’immagine troppo semplice della realtà geografica della Valle dell’Agno.
Nell’articolo viene contrapposta Asiago, posta a circa mille metri di quota, a Valdagno, posta poco sopra i 250 metri. Ma il disagio orogeografico di un Punto Nascite non può essere misurato mettendo l’altimetro davanti all’ingresso dell’ospedale.
Un ospedale serve un bacino territoriale, non il proprio numero civico.
Immediatamente a nord di Valdagno si trova Recoaro Terme. Il suo territorio comunale è interamente montano, si estende per circa 60 km², da poco più di 300 metri fino a oltre 2.000 metri di quota, e comprende più di cento contrade. La stessa Regione Veneto ha classificato Recoaro tra i comuni montani particolarmente disagiati sulla base di parametri quali quota, pendenza e percentuale di territorio situata oltre i 600 metri.
Per questo il dato relativo alla distanza fra l’ospedale di Valdagno e quello di Arzignano dice certamente qualcosa sulla distanza fra due strutture ospedaliere, ma molto meno sull’accessibilità al Punto Nascite alternativo per una donna che parte da una delle numerose contrade dell’alta Valle.
È precisamente questo il senso della frase contenuta nel recente comunicato di Progetto Salute: «Una norma può fissare dei criteri. Non può cancellare la geografia.»
Non sostengo che questi elementi attribuiscano automaticamente a Valdagno il diritto a una deroga. Sostengo semplicemente che debbano essere valutati e che ridurre la questione alla quota altimetrica dell’ospedale rischi di confondere il luogo nel quale si trova il reparto con il territorio che quel reparto serve.
Credo che su questo il confronto possa utilmente continuare sui dati.
Cordiali saluti
Giovanni N. Perazzolo
Ex-Presidente Progetto Salute Valle Agno
La risposta di Arrigo Abalti
Perazzolo confonde due misure che la norma, giustamente, tiene separate. La deroga si concede o si nega sull’orografia del luogo in cui il reparto lavora — ed è per questo che Asiago resta aperta e Valdagno: non per cattiveria della Regione, ma perché mille metri sono mille metri e duecentocinquanta sono duecentocinquanta. Il bacino di Recoaro, le sue cento contrade, i suoi duemila metri di dislivello non spostano di un centimetro l’altitudine dell’ospedale che chiude. Spostano, semmai, un problema completamente diverso: quello dei minuti che un’ambulanza impiega a scendere da una contrada dell’alta valle in una notte di gennaio.
Ed è un problema vero — lo scrivevo già la settimana scorsa, non come concessione tardiva ma come conclusione dell’articolo che Perazzolo cita: il pezzo serio, dopo la chiusura, non è la quota del paese ma la velocità del soccorso. Su questo la geografia di Recoaro conta eccome, e conta più della disputa sulla deroga, perché riguarda ogni donna della valle indipendentemente da dove nasca suo figlio prima del 31 ottobre.
Confondere le due cose — usare l’argomento del bacino per rimettere in discussione una soglia già decisa sulla base del paese — non allarga la tutela: la disperde. Se ogni ospedale di fondovalle può invocare le contrade di montagna che lo circondano, la deroga smette di essere un’eccezione e diventa la regola travestita da eccezione. È esattamente il gioco che la Valle dell’Agno ha fatto per quindici anni, solo con argomenti più eleganti.
Il confronto sui dati che propone Perazzolo, però, va accolto — non sulla deroga, ormai chiusa il 31 ottobre insieme al reparto, ma su quei minuti d’ambulanza. È lì che la partita si gioca adesso.



