di Arrigo Abalti · Settembre 16, 2026
Riceviamo e pubblichiamo volentieri la lettera di Giancarlo Acerbi, sindaco di Valdagno dal 2014 al 2024 e oggi membro del direttivo di Progetto Salute Valle Agno, in replica all’articolo “Il Gran Premio della Montagna” e alla successiva risposta a Giovanni N. Perazzolo. Segue il commento di Arrigo Abalti.
La lettera di Giancarlo Acerbi
Valdagno, 16 settembre 2026
Gentile Arrigo,
ho letto con estremo interesse il tuo articolo (mi permetto di darti del tu perché ci conosciamo e ti ho sempre seguito con stima) sul Punto Nascite di Valdagno, così come la replica di Giovanni Perazzolo e la tua successiva contro replica.
Mi pare opportuno e anche doveroso aggiungere alcune considerazioni, credo con cognizione di causa in quanto Vicesindaco e Assessore prima, e poi Sindaco di Valdagno dal 2014 al 2024, nonché attualmente membro del Direttivo di Progetto Salute Valle Agno.
Innanzitutto il famoso decreto Lorenzin dell’aprile 2015 e del novembre dello stesso anno, con tutte le successive integrazioni e modifiche e check list varie, non prevede la chiusura in automatico dei PN (Punti Nascita) al di sotto della fatidica soglia dei 500 parti l’anno, bensì in sostanza lascia la decisione alle Regioni, consentendo loro di chiedere la famosa deroga, però con alcune indicazioni.
Per la sua eventuale concessione vanno quindi valutati diversi elementi (vedi apposita check list ministeriale) anche chiedendo il parere consultivo del Comitato Percorso Nascita Nazionale (non so se nel frattempo il parere è diventato vincolante, ma a quel tempo, nel 2015, era solo consultivo; adesso credo sia obbligatorio chiederlo ma rimanga solo consultivo).
Gli elementi atti alla valutazione sono, oltre ovviamente al numero dei parti, la condizione oro-geografica del territorio del PN, la sua condizione viabilistica e soprattutto la capacità (o volontà) dell’Azienda Sanitaria locale, e quindi della Regione stessa, di garantire nel Punto Nascita determinati standard di sicurezza (vedi sempre la check list ministeriale).
E qui faccio una considerazione. Un conto è che la Regione tramite l’Asl dica, passami il semplicismo, al Comitato Percorso Nascita che in quelle determinate condizioni oro-geografiche e viabilistiche (sicuramente interpretabili) il Punto Nascita X manca di questo, di quello e di quell’altro, in termini di personale e attrezzature; altro conto invece è dire che in breve, brevissimo tempo, questo, quello e quell’altro attualmente in carenza arriveranno, e che il PN ne sarà dotato. Dico questo, da ex amministratore prima e da cittadino poi, in quanto in questi anni ho toccato con mano il depotenziamento del PN di Valdagno, così come del reparto stesso e di altri reparti (vedi le varie “battaglie” fatte da me come dai miei predecessori e successore assieme agli altri Sindaci di Valle).
Perché il PN è stato lasciato andare? Perché invece non è stato (e non viene) potenziato garantendo maggior sicurezza?
Forse per incrementarne, e quindi salvarne, qualcun altro con un bacino elettorale magari più “consono” a qualche politico locale? Oppure con un differente peso politico? O con un’economia sicuramente più forte? O magari solo con un’ottica manageriale e di risparmio (con un PN in meno riduciamo le spese)?
Non voglio credere a determinate ipotesi, ma siccome, come diceva qualcuno, a pensar male qualche volta ci si azzecca…
Di fatto, questo depotenziamento, diciamo generale, del San Lorenzo in questi anni c’è stato; è facilmente verificabile nei numeri ed è palese, per me come per tutti i cittadini della Valle dell’Agno (che delle ipotesi di cui prima ne hanno fatto una ragione).
Credo che se il nostro PN avesse avuto le stesse dotazioni in termini di personale e attrezzature di altri, adesso non ci troveremmo di sicuro in questa situazione, e magari si parlerebbe della chiusura di altri PN.
Sbagliando, a mio avviso. Perché sono fortemente convinto che in un Paese come il nostro, in una Regione come la nostra, in cui da tempo tutti, ma proprio tutti, parlano di stagnazione demografica, ormai divenuta glaciazione anagrafica, con tutte le difficili conseguenze politiche ed economiche che ne deriveranno nei prossimi anni (già adesso), non sia una buona mossa chiudere i PN e disincentivare ancor di più le coppie a fare figli.
È una questione anche economica? Sicuramente sì, ma in un Paese come il nostro, in cui si continua ad investire in armamenti, in opere di grande impatto ed in strutture (anche sanitarie) che poi vengono abbandonate, credo che una riflessione seria in merito vada fatta.
Si sa che in Sanità, nel Sociale ed anche in altri importantissimi servizi alla persona, la differenza la fanno in primis gli uomini, gli operatori, e le attrezzature. I muri, i numeri ed i soldi vengono dopo.
E guarda, non ne faccio una questione politica di parte (è risaputo da quale parte sto), perché le stesse cose e le stesse problematiche sono avvenute e avvengono anche in altre Regioni di colore diverso, e con Governi di colore diverso.
In sostanza io non chiuderei nessun punto nascita, e li potenzierei tutti. Credo che i soldi si possano trovare (vedi i bilanci delle Regioni e dello Stato, con spese non sempre comprensibili), e si debba investire di più, molto di più, in Sanità e Sociale, punti davvero qualificanti del nostro essere un paese civile. Discorso facilone? Sì, ma lasciami sperare, anch’io ormai non sono più un giovanotto!
Nello specifico, e torno sul punto, la questione altimetrica e quindi viabilistica non riguarda solo Recoaro e le sue contrade, ma anche quelle di Valdagno (più di 200), di Cornedo, di Altissimo e di Crespadoro (vedi i Sindaci che protestano). In queste zone periferiche si stimano presenti quasi 20.000 persone. Sono poche? Sono tante? Non lo so, ma penso che abbiano gli stessi bisogni (e diritti) di chi vive in città e sicuramente chiudendo il PN non facciamo loro un favore, aumentando notevolmente i tempi di accesso ai PN e diminuendo così gli standard di sicurezza alle donne gravide.
Tu dici che il tema si supera costruendo una rete efficace di trasporto rapido in ambulanza? Voglio crederci, ma anche lì la coperta è corta, anzi cortissima. Sapessi quante lamentele ho ricevuto da Sindaco per arrivi tardivi (45 minuti, 60 minuti…). Io stesso ne ho avuto a che fare, e più di una volta. Le ambulanze partono e sono in carico ai tanto criticati Pronto Soccorso. Ne vogliamo parlare? Meglio di no.
Da cittadino, così come da Sindaco, rimango ancora della stessa idea “elegante” come dici tu, quella di salvare e potenziare il PN di Valdagno. Non so come andrà, ma ci spero sempre.
Concludo ringraziandoti per l’occasione di dibattito, così come ringrazio ancora una volta il personale dell’Ospedale di Valdagno e di tutti gli altri Ospedali, vicentini e non. Alla fine noi chiacchieriamo, cittadini e politici, loro agiscono, fanno. Sono i nostri angeli custodi, come dicevamo in tempi di Covid. Ascoltiamoli di più, supportiamoli di più.
Ringrazio anche quanti nel mio passato da Sindaco mi hanno ascoltato ed aiutato nella questione del Punto Nascite di Valdagno, i vari comitati, le associazioni, i Sindaci di prima e dopo dei vari Comuni, gli Assessori e politici regionali e nazionali, e non da ultimo ovviamente, i cittadini, il vero e unico motore di ogni scelta politica, economica e sociale, Punti Nascita compresi.
Un cordiale saluto.
dr. Giancarlo Acerbi Sindaco di Valdagno dal 2014 al 2024 Direttivo di Progetto Salute Valle Agno
La risposta di Arrigo Abalti
Giancarlo Acerbi porta in questo carteggio la cosa che finora mancava: dieci anni di fascia tricolore addosso e la memoria di chi quelle riunioni le ha fatte davvero. E porta un argomento nuovo, che non è quello di Perazzolo. Perazzolo discuteva su dove sta Valdagno. Acerbi discute di che cosa c’è dentro Valdagno. La seconda domanda è più scomoda della prima, e merita una risposta diretta.
E ha ragione su due punti tecnici che vale la pena di fissare, perché in queste settimane sono stati raccontati male. Il secondo riguarda anche il sottoscritto.
Il primo: la soglia non chiude niente da sola. La check list allegata al decreto del novembre 2015 non misura soltanto i parti e l’altimetro. Misura se il servizio sanitario è in grado di garantire gli standard, e quegli standard hanno tutti la stessa natura: guardia attiva ostetrico-ginecologica ventiquattr’ore su ventiquattro, guardia attiva anestesiologica ventiquattr’ore su ventiquattro, guardia attiva pediatrico-neonatologica ventiquattr’ore su ventiquattro, una sala operatoria sempre pronta per le emergenze ostetriche, laboratorio e diagnostica che rispondano entro un’ora. Non sono muri e non sono macchinari. Sono turni. Un reparto che non li ha non supera la verifica, e un reparto a cui quei turni non vengono dati quella verifica non la supererà mai.
Il secondo punto è quello su cui Acerbi mi corregge, e la correzione va accolta. Lui scrive di non sapere se il parere del Comitato Percorso Nascita nazionale sia diventato vincolante, e di ricordarlo consultivo. È consultivo. Il documento della Direzione generale della programmazione sanitaria del ministero lo dice con queste parole: il Comitato «esprime il proprio parere consultivo, entro novanta giorni dalla richiesta». Due settimane fa abbiamo scritto che il Comitato ha detto no e che poi la delibera regionale ha fissato la data, e l’accostamento lasciava intendere un automatismo che non esiste. Non esiste. Davanti a un parere negativo la Regione poteva chiudere, poteva riproporre la richiesta dopo aver messo in quel reparto le guardie attive che le mancavano, oppure poteva tenerlo aperto assumendosi la responsabilità di farlo. Ha scelto la prima. È una scelta legittima, ed è una scelta politica: non un atto dovuto.
Da qui la domanda di Acerbi, che è la domanda giusta: perché non è stato potenziato? Solo che per rispondere bisogna prima sistemare una cosa che in queste settimane è stata confusa parecchio, anche da chi protesta. L’indirizzo.
L’Ulss 8 Berica non decide quanti ginecologi assumere. È la Giunta regionale che ogni anno, con una propria delibera, fissa il tetto di spesa del personale di ciascuna azienda; dentro quel tetto l’azienda distribuisce una coperta di cui non ha scelto la misura. Non decide nemmeno le dotazioni dei reparti, che stanno nelle schede ospedaliere e sono atto regionale dal 2016. Non ha chiesto lei la deroga al ministero, perché la deroga la chiedono le Regioni. E non ha firmato lei la chiusura: l’ha firmata la Giunta, con la delibera 453 del 28 maggio. Il conto torna da sé: la deroga si otteneva mettendo guardie attive, le guardie attive si pagano dentro il tetto di spesa, e il tetto di spesa lo fissa Venezia.
La domanda di Acerbi, dunque, è giusta ma va spedita a Venezia, non a Vicenza. E a Venezia è già arrivata: l’11 settembre Avs ha depositato un accesso agli atti per sapere, testualmente, che cosa abbia fatto davvero la Regione per salvare quel punto nascite. È la mossa più utile di tutta questa vicenda, e vale più di venti comunicati.
Un margine aziendale resta, e sarebbe disonesto nasconderlo: dentro il tetto assegnato, come si distribuisce il personale fra i due presidi della stessa azienda — Valdagno e Arzignano — è scelta che si fa a Vicenza. È esattamente lo spazio in cui Acerbi colloca il suo sospetto. Ma un sospetto di quel genere si verifica con le piante organiche dei due ospedali anno per anno, non con una domanda retorica.
E qui devo essere netto, perché è una lettera firmata e le firme si rispettano prendendole sul serio. Il bacino elettorale più «consono», il peso politico, l’economia più forte: senza un atto, una delibera, un verbale, quelle restano ipotesi. Ed è un’ipotesi che costa cara a chi la formula, perché è l’unico passaggio di questa lettera che permette a chi la riceve di rispondere all’insinuazione invece che agli argomenti. Acerbi ne ha quattro o cinque solidissimi: i turni, le contrade, i minuti d’ambulanza. Metterli accanto al sospetto di favore politico li indebolisce tutti. È lo stesso rischio che segnalavamo due settimane fa a chi si dichiarava montagna stando in fondovalle: non essere creduto il giorno in cui si ha ragione.
Che il parere non fosse vincolante, però, non vuol dire che fosse arbitrario, e qui dobbiamo tenere il punto che abbiamo scritto due settimane fa. La soglia non è un capriccio ministeriale. Il rapporto Cedap presentato quest’estate conta trecentoquarantasette punti nascita in Italia: quelli con oltre mille parti l’anno sono centodiciassette, meno di un terzo, e da soli fanno il cinquantanove per cento delle nascite. Sotto i cinquecento parti avviene ancora poco più del dieci per cento dei parti italiani, e il Programma nazionale esiti di Agenas segnala che quella quota, invece di scendere, negli ultimi dieci anni è leggermente salita, dal sette al nove per cento — non perché siano nati centri nuovi, ma perché nascono meno bambini e i piccoli reparti si svuotano. La Società italiana di ginecologia e ostetricia lo dice senza giri di parole: sotto quel volume un’équipe non mantiene la mano. È la stessa cosa che scrivevamo a proposito dell’emorragia rara e del parto che si mette male alle tre di notte, e nessuno in questo carteggio l’ha ancora contestata — Acerbi compreso.
Su un’altra cosa, invece, all’ex sindaco di Valdagno va riconosciuto ciò che gli spetta, ed è quella che pesa di più. Per quindici anni la Valle dell’Agno ha chiesto e ottenuto deroghe. Ogni deroga concessa è stata un anno guadagnato — e ogni anno guadagnato è stato un anno in cui nessuno, in Regione, ha più dovuto spiegare perché nella città laniera mancassero i turni. La deroga annuale ha funzionato da anestetico: toglieva l’urgenza senza curare la causa. Dodici mesi alla volta non si assume un ginecologo, e chi rinviava lo sapeva.
Poi c’è il passaggio in cui Acerbi, senza volerlo, ci dà ragione sulla cosa che conta. Avevamo scritto che dopo il 31 ottobre la partita non è la quota del paese ma la velocità del soccorso. Lui risponde che anche lì la coperta è cortissima, e racconta di attese di quarantacinque, sessanta minuti. Se è così — e un ex sindaco che riferisce le lamentele ricevute in dieci anni non è una fonte qualunque — allora non è una replica: è un capo d’accusa molto più grave della chiusura di un reparto, ed è il pezzo che questa valle non ha ancora ottenuto.
Quindi smettiamo di scrivercelo, e chiediamolo — ciascuno al suo indirizzo. I tempi medi di intervento del SUEM 118 nella Valle dell’Agno, i mezzi in servizio notturno fra Valdagno, Recoaro e Cornedo, quante volte nell’ultimo anno l’ambulanza è partita da fuori valle perché quella di zona era impegnata. Alla Regione, si chieda di finanziare quelle ore di servizio: quante ne sono previste dal 1° novembre. Buongiorno Vicenza lo chiederà e lo pubblicherà, quali che siano. Se confermano Acerbi, il 31 ottobre diventa una data molto più seria di come è stata raccontata. Se lo smentiscono, è giusto che si sappia anche quello.
Resta un punto su cui non seguo Acerbi, e lo dico per non fargli il torto dell’accordo di cortesia: che chiudere un punto nascite disincentivi le coppie a fare figli. È l’argomento più caldo della sua lettera ed è anche il più debole. Le famiglie non decidono di avere un bambino in base alla distanza del reparto; decidono in base al lavoro, alla casa, agli asili, a chi tiene il bambino quando tornano in fabbrica e ultimamente anche facendo i conti con il crollo del tasso di fertilità delle coppie che decidono di avere figli sempre più tardi. La glaciazione anagrafica è vera, la diagnosi è giusta, ma questa non è la sua causa — e usarla qui sposta l’attenzione da tutto ciò che invece la causa la tocca davvero.
Su tutto il resto siamo più vicini di quanto sembri. Acerbi scrive che in sanità la differenza la fanno gli operatori e le attrezzature, e che i muri, i numeri e i soldi vengono dopo. È esattamente per questo che il punto nascite chiude: non perché i muri siano sbagliati, ma perché dentro quei muri non è stato messo abbastanza — e a non metterlo è stato chi tiene il portafoglio e ha governato la sanità con 15 anni di deroghe, e che non sta certo in viale Rodolfi. La differenza fra noi due è che lui spera si possa ancora riempirli, e io penso che si sia smesso di provarci quindici anni fa, il giorno in cui si è deciso che una deroga annuale costava meno di un’assunzione, ma assicurava una manciata di preferenze.
Ma questo riguarda il reparto che chiude. Quello che apre al suo posto — orari, personale, e quei minuti d’ambulanza — è ancora tutto da scrivere. E lì Acerbi, i sindaci e questo giornale stanno dalla stessa parte, con lo stesso indirizzo davanti: non l’ospedale di Valdagno, ma Palazzo Balbi.
Arrigo Abalti



