Quando la ragione sta in mezzo (e il governo taglia con l’accetta)

di Arrigo Abalti · Gennaio 29, 2026

Finco ha ragione: la riforma dei criteri montani era necessaria, ma così com’è punisce chi non merita e ignora chi avrebbe bisogno. Il caso di Rubbio smaschera l’approssimazione di un provvedimento scritto senza ascoltare chi il territorio lo conosce davvero

 

Nicola Finco, sindaco di Bassano, ha una virtù rara in questi tempi: dice cose sensate. Mentre intorno a lui si alzano cori di protesta generica contro la riforma dei criteri per il riconoscimento dei territori montani, lui mette il dito nella piaga vera. E lo fa con la lucidità di chi amministra un territorio complesso, che non si può liquidare con un parametro numerico scaricato da Roma.

Il punto è questo: sì, serviva mettere ordine. Sì, era giusto togliere lo status di “comune montano” a chi montano non è. Trissino in montagna? Per favore. E con Trissino decine di altri comuni che di montagna hanno solo il nome sulla carta e i finanziamenti sul conto corrente. Fin qui, nulla da eccepire. Il problema è che il governo, invece di fare una riforma seria, ha fatto quello che fa sempre: ha preso l’accetta e ha tagliato. Dritto, secco, senza guardarsi intorno.

Prendiamo il caso che Finco solleva con intelligenza: Rubbio. Frazione montana di Bassano, autentica montagna quella, non collina per modo di dire. Prati abbandonati, dissesto idrogeologico, spopolamento reale. Tutto quello che giustificherebbe interventi e sostegno. Lassù si vivono davvero “le discese ardite e le risalite” di cui cantava Battisti, quelle che rendono ogni cosa più difficile: portare i servizi, mantenere le strade, convincere la gente a restare. Ma Rubbio appartiene a Bassano, comune di pianura, città con tutti i servizi. Risultato? Con i nuovi criteri, Bassano perde lo status montano. E Rubbio? Rubbio resta lassù, sempre più sola, sempre più dimenticata.

È qui che la riforma mostra tutta la sua inadeguatezza. Non basta dire “altitudine sopra i 600 metri”. Non basta guardare le pendenze su una mappa. Serve distinguere, articolare, declinare. Serve capire che l’Italia è un paese complesso, dove i comuni non sono scatole omogenee ma organismi articolati, con frazioni che vivono realtà completamente diverse dal capoluogo.

Finco pone un altro tema cruciale: la collina. Quella che la normativa finge di non vedere, come se tra la pianura e la montagna ci fosse il vuoto. La collina non è montagna, d’accordo. Ma non è nemmeno pianura. Ha i suoi problemi specifici: l’abbandono dei terrazzamenti, il dissesto, lo spopolamento delle case sparse. Problemi che meriterebbero una voce di bilancio dedicata, non l’elemosina sottratta ai fondi montani.

E qui sta il punto politico della questione. Questo provvedimento poteva essere l’occasione per fare finalmente chiarezza, per costruire un sistema di classificazione serio che distinguesse davvero tra montagna, collina e pianura. Per destinare risorse mirate a ciascuna realtà, sulla base di bisogni verificati. Invece cosa abbiamo ottenuto? Un taglio lineare che risolve il problema degli sprechi (forse) ma ne crea di nuovi, altrettanto gravi.

Mancano le frazioni montane dei comuni di pianura. Manca la categoria della collina. Manca, soprattutto, la cosa più importante: l’ascolto del territorio. Perché questi parametri numerici – altitudine, pendenza – saranno anche oggettivi, ma sono stati decisi da qualcuno che evidentemente la montagna l’ha vista solo in cartolina, come dice giustamente Finco. O peggio, solo su Google Earth.

L’ANCI, l’associazione dei comuni, esiste proprio per questo. Per fare da tramite tra chi governa e chi amministra. Per portare a Roma e in Regione la voce di chi ogni giorno deve fare i conti con la realtà, non con le statistiche. Perché un conto è scrivere una norma in un ufficio ministeriale, un altro è applicarla a Rubbio, dove magari devi raggiungere una casa isolata con la neve alta un metro.

La Provincia ha scritto al ministro Calderoli denunciando “parametri numerici che non tengono conto della realtà dei fatti”. È vero. Ma la soluzione non è tornare indietro, alla situazione precedente in cui Monte di Malo si spacciava per montagna. La soluzione è andare avanti, completare la riforma, declinarla fino in fondo.

Serve una categoria per la collina, con criteri specifici e finanziamenti dedicati. Serve un meccanismo che consenta di riconoscere lo status montano alle singole frazioni che davvero lo meritano, anche se appartengono a comuni di pianura. Serve, insomma, quella pazienza legislativa che in Italia sembra ormai merce rara: la capacità di scrivere norme che aderiscano alla complessità del reale, invece di violentarla con semplificazioni brutali.

Finco lo dice chiaramente: “Nessuno ha mai pensato alle zone collinari che soffrono anch’esse abbandono e spopolamento”. Ed è vero. Perché pensare richiede tempo, richiede studio, richiede umiltà. Richiede che i funzionari ministeriali si alzino dalla scrivania e vadano a vedere. Richiede che prima di approvare un provvedimento si convochino i sindaci, si ascolti l’ANCI, si discuta.

Invece abbiamo avuto l’ennesima riforma all’italiana: giusta nell’intenzione, rozza nell’esecuzione. Che toglie a chi non doveva avere, ma non dà a chi avrebbe diritto. Che risparmia fondi (9,5 milioni nel caso del Veneto), ma li risparmia male, con sprechi che restano da una parte e bisogni ignorati dall’altra.

La montagna vera – quella di Rubbio, per intenderci – merita di più. Merita una riforma seria, scritta da chi la montagna la conosce e la vive. Non da chi, seduto in un ufficio romano, pensa di risolvere tutto con un’altitudine e una pendenza. La realtà, sindaco Finco insegna, è sempre più complicata dei numeri. E governare significa proprio questo: avere la pazienza di capirla, prima di pretendere di cambiarla.​​​​​​​​​​​​​​​​

CONDIVIDI SU

[wpzoom_social_icons id="12577"]