Felici a porte chiuse

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di Arrigo Abalti · Ottobre 30, 2026

Il Rapporto Bes dell’Istat dice che quasi un italiano su due è molto soddisfatto della propria vita, ma solo uno su cinque si fida degli altri. È in quella distanza, tra la porta di casa e la strada, che nascono le piazze

Centoquarantotto numeri in dodici voci. Sembra l’elenco telefonico di un condominio. È invece il modo in cui l’Istat, una volta l’anno, chiama l’Italia per chiederle come sta. Il documento si chiama Rapporto sul benessere equo e sostenibile, Bes per chi ci lavora. Lunedì è uscita la tredicesima edizione, e pochi sanno che cosa ci sia dentro.

Per mezzo secolo un Paese si è misurato con il Pil. Il Pil dice quanto si produce, non come si vive. Nel 2008 Sarkozy chiese a Stiglitz, Sen e Fitoussi di scoprire che cosa quel numero non vedesse, e il libro che ne venne fuori portava il verdetto già nel titolo: Mismeasuring Our Lives. Misuriamo male le nostre vite. Nel 2010 l’Istat, insieme al Cnel, aprì la sua rubrica e ci scrisse sopra le voci: salute, istruzione, lavoro, soldi; relazioni, istituzioni, sicurezza, umore; paesaggio, ambiente, ricerca, servizi. Da allora, ogni autunno, rifà il giro.

Quest’anno ha risposto quasi tutta la rubrica. Su centotrentadue numeri confrontabili, cinquantaquattro vanno meglio dell’anno scorso e ventitré peggio. Gli altri sono rimasti dov’erano. Non si è mai vissuto così a lungo, la scuola perde meno ragazzi di prima, e quasi un italiano su due si dichiara molto soddisfatto della propria vita. Nel 2014 era poco più di uno su tre. Sulla mappa il Nord sta sopra la media e il Sud sotto. Il Veneto, come al solito, dalla parte giusta della riga.

Intanto si scende in piazza per il carrello della spesa.

Per capire come stiano insieme le due cose bisogna andare a pescare due righe che nessuno ha messo in vetrina. Ottantatré italiani su cento hanno qualcuno da chiamare se va male: la madre, un amico, il vicino. Ventidue su cento si fidano della maggior parte delle persone. Ventidue.

La rubrica è piena e la porta è chiusa. In Perfetti sconosciuti bastava appoggiare i telefoni sul tavolo per scoprire che gli amici di una vita erano estranei. Il Bes racconta la scena al contrario: ci fidiamo di chi abbiamo salvato in memoria, e chiunque altro resta uno sconosciuto. La soddisfazione che l’Istat registra cresce dentro casa. Fuori ci sono l’affitto, il colloquio di lavoro, lo sportello che rimanda a un altro sportello. Lì nasce il malumore. Statistica e corteo non litigano: stanno solo suonando a due campanelli diversi della stessa casa.

E non tutti hanno la stessa rubrica. A settant’anni è già compilata: i figli, il medico di sempre, la vicina che ha le chiavi. A venticinque è quasi bianca, e va riempita proprio quando la fiducia si fa più corta. Tra chi ha fra i 25 e i 34 anni, quelli che si fidano degli altri sono scesi in un anno al ventuno per cento. Il rapporto lo scrive a modo suo, con un grafico. I giovani stanno ancora meglio degli anziani quanto a salute mentale, ma dal 2016 il distacco si è dimezzato: loro peggiorano, i nonni migliorano. Al Nord la differenza è quasi sparita. Nello stesso anno sale la quota di chi a fine mese non ci arriva, o ci arriva a fatica.

Il nostro welfare, per decenni, è stato soprattutto una faccenda privata. La nonna con i bambini, il fratello che anticipa la caparra, il cugino che sa a chi rivolgersi in Comune. Ha funzionato talmente bene che abbiamo smesso di chiederci che cosa succede a chi quei numeri non li ha.

L’Istat non lo dice, perché la statistica non giudica. Lo si legge però tra una tabella e l’altra: per sapere come sta davvero un Paese non serve contare chi ha qualcuno da chiamare. Bisogna sapere chi risponde, quando a comporre il numero è uno sconosciuto.

 

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