di Arrigo Abalti · Agosto 23, 2025
Come la riforma delle IPAB, Lanzarin rinvia anche quella della medicina di base
Doveva essere la rivoluzione della medicina di base. Non un maquillage, ma un cambio di paradigma: medici di famiglia riuniti in squadra, studi aperti più ore, servizi condivisi per non intasare i pronto soccorso. Le chiamano Aft, Aggregazioni Funzionali Territoriali. Sigla complicata per dire una cosa semplice: non sentirsi più soli quando ci si ammala.
Solo che la rivoluzione, in Veneto, non arriva mai. Doveva partire a settembre, poi a dicembre, e ora il grande debutto è stato spostato al dicembre 2026. Nel frattempo restano in piedi le vecchie medicine integrate, quelle strutture di transizione che avrebbero dovuto chiudere già entro la fine di quest’anno. Insomma, altri due anni di attesa.
E così, mentre il cittadino cerca il suo medico al telefono e lo trova occupato, o aspetta la ricetta elettronica che non arriva, o finisce in pronto soccorso perché non sa dove altro andare, la riforma resta scritta solo sui verbali dei tavoli tecnici.
L’assessore Lanzarin, alla fine del suo lungo mandato, lascia in eredità non una sanità rinnovata, ma un post-it con una data: dicembre 2026. È come se al termine di una maratona qualcuno passasse il testimone e dicesse: “Continua tu, io mi fermo qui”. Solo che sono passati dieci anni per non partorire nulla.
Il Veneto amava raccontarsi come un modello. Oggi è un modello di rinvio. E il paziente, che già di suo passa la vita in sala d’attesa, scopre che deve aspettare anche la riforma. La sanità non cura più solo la salute: cura la pazienza.



