di Arrigo Abalti · Aprile 5, 2025
L’assessore alla Sanità gioca con la salute dei veneti. Silenziosa e assente mentre il sistema convenzionato va a rotoli.
Se il buongiorno si vede dal mattino, l’anno nuovo della sanità veneta si è aperto sotto il segno del caos e dell’ipocrisia. Dal primo gennaio è entrato in vigore il nuovo tariffario nazionale per le prestazioni sanitarie, quello che dovrebbe garantire equità, sostenibilità e, parole loro, «modernità». In realtà, è una scure che taglia a fondo la sanità convenzionata, con rimborsi ridotti fino al 40% per esami diagnostici fondamentali come TAC, ecografie e risonanze. Il risultato? Strutture accreditate in ginocchio e cittadini destinati a code infinite nella sanità pubblica o a sborsare centinaia di euro per una visita privata.
E l’assessore alla sanità del Veneto, Manuela Lanzarin? Non pervenuta. Silenzio assoluto. Nessuna conferenza stampa, nessuna assunzione di responsabilità, nessuna difesa del sistema che – piaccia o no – copre una fetta rilevantissima della domanda sanitaria in regione.
Lanzarin, da sempre molto attiva nel raccontare sui social le sue battaglie per la salute pubblica (sempre al fianco del governatore), sembra improvvisamente essersi eclissata di fronte alla vera emergenza: un sistema che sta implodendo sotto il peso di un tariffario pensato a Roma, ma applicato con l’automatismo di un esattore. Eppure la Regione Veneto non è un ente passivo. Ha scelto di recepire quel tariffario, ha scelto di non alzare la voce in sede di Conferenza Stato-Regioni, ha scelto solo – tardivamente – di mettere una pezza con un’integrazione fino a marzo. Poi prorogata, nei giorni scorsi, fino a fine maggio. L’ennesima toppa su un sistema che fa acqua da tutte le parti.
La verità è che Lanzarin è ostaggio del suo stesso racconto. Quello di una sanità “eccellente”, efficiente, modello per tutta Italia. Peccato che dietro la facciata si nasconda un sistema che arranca, che non regge l’urto della domanda, e che sta in piedi – per ammissione degli stessi attori in campo – grazie alla sinergia pubblico-privato. Ma se ammazzi il privato convenzionato, non fai un dispetto a chi lo gestisce. Lo fai ai cittadini. A quelli che non possono permettersi una visita a pagamento, a quelli che oggi si vedono cancellare le prenotazioni o rimandare a mesi dopo.
Lanzarin dovrebbe spiegarlo, magari anche con un po’ di coraggio politico: perché ha accettato queste condizioni? Perché non si è opposta con forza? Perché ha lasciato soli i radiologi, le strutture convenzionate, i sindaci che si vedono scaricare addosso l’ennesima protesta?
Così si va avanti: di proroga in proroga, mentre regnano l’incertezza, la nebbia e l’ambiguità. Le strutture non sanno che tariffe applicare, i cittadini non sanno a chi rivolgersi, e il personale sanitario – pubblico e privato – lavora nell’ansia dell’ennesima circolare dell’ultimo minuto. È la gestione per rinvio, il governo per temporeggiamento. E mentre la scadenza si sposta, il disastro resta. Con un’aggravante: nessuno sa cosa accadrà il 1° giugno.
Il fine impero di Lanzarin è sempre più evidente. L’assessore che un tempo dettava la linea, oggi si trascina stancamente, senza più slancio né visione. E i titoli di coda di questa lunga stagione – iniziata con gli applausi durante la pandemia – si rivelano peggio del film: una trama confusa, personaggi stanchi, e un pubblico che ormai ha capito tutto.
La realtà, scomoda ma lampante, è che la Regione Veneto ha scelto la strada dell’obbedienza silenziosa. E Lanzarin ne è la rappresentazione plastica: più vicina ai tavoli ministeriali che alle corsie degli ospedali o agli ambulatori dei distretti. Il danno, ormai, è fatto. Ma almeno si abbia il pudore di non raccontarci che è colpa degli altri. Perché, quando i cittadini inizieranno a sentire davvero gli effetti di questi tagli sulla loro pelle, non basterà un post su Facebook per riparare i danni.
Lanzarin deve scegliere: continuare a fare tappezzeria o iniziare – davvero – a difendere la sanità veneta, un’architettura complessa ma funzionante che però è in capo a una guida a fine corsa. Ma forse è tardi. E questa, più che una proroga, sa tanto di epilogo.
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