di Redazione · Agosto 29, 2026
La multa a Meta e le conseguenze
Diciotto miliardi di dollari sono una cifra che non significa più niente. Ha smesso di somigliare al denaro, è diventata una specie di formula, e proprio per questo la si legge senza il minimo sussulto. È quanto Meta verserà per chiudere la causa intentata da ventinove Stati americani, che le contestavano di avere creato dipendenza e danneggiato la salute mentale dei suoi utenti, e in particolare dei minori. Nessuna ammissione di colpa, naturalmente. Solo un pagamento, che nel linguaggio di questi anni è diventato una forma di silenzio.
Le ragioni dell’accusa non sono nuove per chi ha voglia di ascoltarle. Jonathan Haidt le ha raccolte in un libro che si intitola La generazione ansiosa, e la sua tesi è di quelle che si capiscono in una frase: dal 2012 in poi, in tutto il mondo, i disturbi psicologici dei ragazzi si sono impennati insieme ai social network. Uno studio dell’Università di Firenze su cinquecentotrentacinque studenti aggiunge il particolare che ci riguarda più da vicino, cioè il legame tra il tratto narcisistico e l’uso della rete. Selfie e follower alimentano un culto della personalità che non riguarda nemmeno la persona vera, ma una versione di sé costruita apposta per essere guardata.
Fin qui è il racconto che conosciamo, e che abbiamo imparato a fare nostro senza che cambiasse granché nelle nostre giornate.
C’è però una seconda notizia, e questa merita di essere pensata con più calma. Negli Stati Uniti si comincia a usare lo smartphone come strumento terapeutico. Harvard ha sperimentato applicazioni destinate a chi soffre di ansia sociale, quella timidezza che diventa invalidante e che spinge chi ne è affetto a cercare nella folla i volti più ostili e a restare inchiodato lì. L’esercizio è semplice e ha la forma di un videogioco: facce ostili mescolate a facce normali, e un meccanismo che abitua a riconoscerle e a lasciarle andare. Va ripetuto molte volte, finché non diventa automatico. Gli studiosi lo chiamano modifica dei pregiudizi cognitivi. Chi vi lavora è entusiasta, chi osserva da fuori è perplesso, e la ricerca è agli inizi.
Confesso che davanti a questa notizia non provo né entusiasmo né sdegno, ma qualcosa di più simile a un imbarazzo. Perché lo strumento che ci si propone come cura è esattamente lo stesso che tutti gli studi indicano come causa. Lo stesso oggetto, la stessa luce, lo stesso gesto del pollice. Cambia solo il programma che ci gira sopra.
Un tempo, quando qualcuno stava male, si pensava che la strada fosse allontanarlo da ciò che lo faceva star male. Era un pensiero ingenuo, forse anche un po’ pigro, ma aveva il pregio della chiarezza. Adesso l’idea è un’altra: che dallo strumento non si esca, che sia inutile persino provarci, e che tanto valga addomesticarlo. Non è una resa dichiarata. È una resa che si presenta con l’aria della soluzione, il che la rende più difficile da riconoscere e infinitamente più comoda da accettare.
Non me la sento di dire che sia sbagliato. Se una ragazza di sedici anni riesce, grazie a un esercizio sul telefono, ad attraversare un corridoio senza il terrore addosso, chi scrive non ha nessun titolo per storcere il naso. La sofferenza vera non ammette snobismi, e la cura che funziona vale più della cura che è elegante.
Resta però una domanda, e sospetto che resterà a lungo senza risposta. Se ci abituiamo a curare con il telefono i danni prodotti dal telefono, che cosa ne facciamo del tempo in cui la cura era un’altra cosa? Una conversazione lenta, uno sguardo, qualcuno seduto di fronte che non aveva altro da fare che ascoltarci. Erano rimedi imperfetti, spesso lunghi, mai misurabili. Ma non avevano bisogno di essere ripetuti fino a diventare automatici, perché non miravano a costruire un automatismo. Miravano, semmai, a scioglierne qualcuno.
Il fatto è che i nostri figli cresceranno dentro entrambe le cose insieme: la ferita e il suo rimedio, nello stesso apparecchio, distinti soltanto da quale icona toccano. È una condizione che non abbiamo scelto e che nessuno di noi, credo, saprebbe spiegare fino in fondo. Meta intanto ha pagato, e per quella via la questione, dal punto di vista di Meta, è chiusa.
Noi restiamo qui, un po’ più consapevoli e non per questo più capaci, a guardare quei diciotto miliardi con la sensazione che siano il prezzo di qualcosa che non era in vendita.




