di Arrigo Abalti · Agosto 4, 2026
Vicenza non sta perdendo turisti: sta perdendo le loro notti. Alla politica, però, non si chiedono ammissioni né classifiche, ma progetti. E l’Altopiano non è fortuna geografica: è amministrazione
L’ultimo grande turista che a Vicenza si è fermato davvero a dormire si chiamava Johann Wolfgang Goethe. Ci restò una settimana intera, dal 19 al 26 settembre 1786, alloggiando al Cappello Rosso; i diari lo consegnano alla città mentre si ristora con un grappolo d’uva sotto i portici della Basilica. Uscito di qui, a Padova comprò i Quattro libri dell’architettura: aveva visto abbastanza da voler portare Vicenza a casa. Sette pernottamenti. Da allora la città ha smesso di produrne e ha cominciato a contarli.
Il rito estivo, infatti, è puntuale come l’afa: escono i dati sul turismo, l’opposizione scopre la maglia nera, la maggioranza scopre il contesto internazionale. Nei primi cinque mesi del 2026 la provincia perde l’1% degli arrivi e il 2,6% delle presenze; l’Altopiano di Asiago cresce dell’11,2% negli arrivi; il capoluogo segna -7% negli arrivi e -10,4% nelle presenze, 199.180 pernottamenti contro i 222.208 dell’anno prima. Nello stesso periodo il Veneto chiude a +4,6% di arrivi e +7,1% di presenze, con le città d’arte a +8%. Vicenza è una città d’arte.
Il numero da leggere, però, non è il -7%: è il -10,4%. Le presenze scendono più degli arrivi. Tradotto: i turisti continuano ad arrivare, semplicemente non restano. E la città ha il privilegio raro di possedere la propria diagnosi sotto forma di monumento.
Al Teatro Olimpico, oltre le aperture della scenafronte, si aprono le sette vie di Tebe che Scamozzi costruì nel 1585 per l’Edipo Re: legno e stucco, pavimento inclinato e pareti convergenti per simulare una profondità che va ben oltre il limite reale dell’edificio. Sembrano strade lunghissime. Finiscono dopo pochi metri. È il più bel gioco prospettico d’Europa ed è anche, ahinoi, la rappresentazione del nostro modello turistico: promettiamo una città, consegniamo un pomeriggio.
Gli alibi ci sono, e sono ottimi perché sono veri. Il rallentamento della filiera automotive svuota le camere infrasettimanali; guerre e costi dei trasporti pesano sugli stranieri, calati del 5,6%. Nessun sindaco governa l’automotive. Ma nessun assessorato al turismo è mai stato istituito per amministrare gli anni facili.
Qui però conviene smettere con la parte comoda del dibattito. All’opposizione non serve certificare la maglia nera: quella la certifica Confcommercio, gratis. E alla maggioranza non si chiedono ammissioni di onestà né dichiarazioni d’intenti. Alla politica si chiedono soluzioni, progetti, strade da percorrere. Possibilmente vere, non di legno e stucco. Altrimenti sono solo parole che scorrono senza nessun effetto.
Perché per esempio, l’Altopiano di oggi non è un regalo dell’orografia: è il risultato di scelte, e dieci anni fa non era questo. Il sindaco di Asiago ha investito sulla cultura e ha lavorato per destagionalizzare eventi e proposte lungo tutto l’anno, così da avere presenze costanti in una località di montagna dove di norma si sale solo in alta stagione; e si è tenuto in prima persona la delega al turismo e alle attività ricettive. Ha attraversato Vaja ed è al terzo mandato con una lista civica. Continuità, una delega pesante trattenuta al vertice, un racconto riconoscibile: non è magia, è amministrazione. Non a caso l’archivio di Mario Rigoni Stern, donato dalla famiglia al Comune, si consulta al Palazzo del Turismo. Lassù cultura e turismo stanno letteralmente nello stesso edificio.
Le domande che vorremmo fare a Palazzo Trissino, da qui a settembre, sono allora quattro, e sono noiose come sanno essere le domande serie.
Primo: qual è l’obiettivo numerico di pernottamenti per il 2027, scritto e verificabile? Non di arrivi — di notti. Una società di promozione che nasce senza un bersaglio nasce come ufficio stampa.
Secondo: cosa si vende il sabato e la domenica nei letti costruiti per la fiera e per i fornitori della filiera dell’automotive? Le camere ci sono già. Manca il prodotto che le riempia quando i tedeschi non vengono a firmare contratti.
Terzo: quando diventa un itinerario, il patrimonio palladiano? Oggi Olimpico, Rotonda e Valmarana ai Nani hanno proprietà, orari e biglietti diversi, e chi arriva senza auto rinuncia. Un titolo d’ingresso unico e una navetta non sono una visione: sono manutenzione ordinaria di un sito Unesco, e altrove si fanno da vent’anni.
Quarto: cosa apre dopo le sei di sera? Gli Spettacoli Classici dimostrano che l’Olimpico di sera si riempie. Due settimane l’anno sono un festival; una stagione è un’industria.
Il ciclo di grandi mostre annunciato per fine 2026 non risponde a nessuna di queste domande: è un evento. Gli eventi portano arrivi, le notti le porta il sistema. E se il capoluogo continuerà a considerarsi in gara con la sua provincia anziché centro di essa, avremo risolto poco: Asiago è a un’ora, Bassano a quaranta minuti, e una città che non sa vendersi come campo base di un territorio simile finisce per essere soltanto il casello da cui si esce.
Poi certo, resta la scorciatoia, e ha un nome. A novembre il sindaco di Asiago si è candidato alle regionali: 4.082 preferenze, secondo nella lista di Forza Italia, fuori dal consiglio per poco meno di ottocento voti dietro a Jacopo Maltauro, primo nel Vicentino con 4.824. Commentando il sorpasso, ha annunciato nuovi orizzonti per il proprio futuro politico. Traduzione: è disponibile.
Il dettaglio meriterebbe qualche riflessione proprio in casa di chi oggi conta i pernottamenti altrui. Il centrodestra vicentino ha in provincia l’amministratore che ha costruito l’unico prodotto turistico in crescita del territorio, e a novembre non è riuscito a mandarlo nemmeno in consiglio regionale. Nel 2028 a Vicenza si vota: se si vuole discutere davvero di turismo, invece di sventolare le classifiche di Confcommercio, il municipio di Asiago è a un’ora d’auto.
Un avvertimento, però, a chi volesse prendere sul serio la provocazione. Ad Asiago i Rigoni Stern sono stati due: uno ha amministrato l’Altopiano, l’altro lo ha raccontato, qualche anno prima, al mondo. Vicenza avrebbe bisogno di entrambi: di qualcuno che apra i musei di sera e di qualcuno che spieghi perché valga la pena restare a vederli. Le vie di Tebe, dopotutto, sono meravigliose proprio perché qualcuno ha deciso di far finta che portassero da qualche parte. Ma erano di legno, e lo sapevano tutti.



