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La trasparenza col trattino

di Arrigo Abalti · Agosto 2, 2026

L’Anac decide che i finanziamenti ai politici si pubblicano, ma senza il nome di chi li versa. Una mediazione elegante che lascia in piedi la domanda vera: a chi risponde chi è stato eletto

 

C’è una scuola di pensiero, in Italia, secondo cui i problemi si risolvono dividendoli a metà. Non risolvendoli: dividendoli. È una tecnica antica, praticata con perizia da chi deve tenere insieme due principi che si mordono, e che produce sempre lo stesso risultato — una soluzione che nessuno può contestare e che non cambia granché.

La delibera 295 approvata dall’Anac il 21 luglio appartiene esattamente a questa famiglia. Il quesito arrivava da un Consiglio regionale ed era di quelli che nessuno aveva mai voluto sciogliere fino in fondo: quando un cittadino finanzia la campagna elettorale di un candidato, il suo nome è un dato pubblico o un dato personale? L’Autorità guidata da Giuseppe Busia, dopo un confronto con il Garante privacy, risponde: dipende da chi versa.

Se sei una persona fisica, l’importo si pubblica e il nome no. Se sei una società, un’associazione, una fondazione, un ente, allora si pubblica tutto — importo e denominazione — perché la ragione sociale di una persona giuridica, spiega l’Anac, non rientra nella definizione di dato personale e dunque non ci sono esigenze di protezione da bilanciare.

Sul piano giuridico è ineccepibile. Il Gdpr protegge le persone, non le sigle. La minimizzazione del dato è un principio serio, non un cavillo. E il confronto con il Garante è il modo corretto di procedere quando due autorità presidiano interessi confliggenti.

Sul piano politico, però, quella linea di demarcazione produce un effetto che vale la pena guardare in faccia.

Perché il finanziamento privato alla politica non è un fatto contabile: è un fatto di relazione. La ragione per cui vogliamo saperlo non è la cifra, è il legame. Sapere che un consigliere regionale ha ricevuto ottomila euro senza sapere da chi è un’informazione che soddisfa l’occhio e lascia a bocca asciutta il giudizio. Ci dice quanto è costata la campagna, non chi ha ritenuto conveniente sostenerla. E in una democrazia locale — dove il conflitto d’interessi non passa quasi mai dalle mazzette ma dalle vicinanze — è la seconda informazione quella che serve.

Va detto che l’Anac non chiude del tutto la porta. I nomi oscurati restano accessibili tramite accesso civico: chiunque può chiederli. Ma qui il diavolo abita nella procedura. Un dato pubblicato lo vede chiunque passi di lì — un giornalista, un cittadino curioso, un avversario politico che controlla. Un dato accessibile su istanza lo vede solo chi sa già cosa cercare, ha il tempo di formulare la richiesta, e attende i tempi dell’amministrazione. La differenza tra i due regimi non è di diritto. È di attrito. E l’attrito, nella vita pubblica, è una forma raffinata di opacità.

C’è poi la soglia: si pubblica sopra i tremila euro annui. E c’è l’esenzione che merita più attenzione di quanta ne riceverà — nei Comuni sotto i 15mila abitanti, le dichiarazioni sui contributi elettorali non vanno pubblicate affatto. Cioè in quasi tutta l’Italia amministrata: i piccoli Comuni sono la grande maggioranza. Proprio là dove le distanze sono corte, dove il costruttore e l’assessore si conoscono da trent’anni, dove il controllo sociale dovrebbe funzionare meglio ma il controllo formale sparisce.

Resta il quadro complessivo, che è quello di un adempimento serio: tre mesi dall’elezione per pubblicare in “Amministrazione trasparente”, insieme a dichiarazione patrimoniale, reddituale e rendiconto delle spese di propaganda. Non è poco, ed è più di quanto molti enti facessero prima.

Ma il punto che questa delibera lascia aperto è precisamente quello che il quesito del Consiglio regionale voleva chiudere. Perché la trasparenza sul finanziamento della politica non nasce dalla curiosità verso i portafogli privati. Nasce da una domanda molto più semplice, che è la stessa da duemilacinquecento anni: chi eleggo, a chi risponde?

A quella domanda, oggi, si può rispondere solo per le società. Per le persone, bisogna presentare istanza.

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