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di Arrigo Abalti · Ottobre 4, 2026
Dalla Pozza contro la giunta Possamai: il Parco della Pace «non è un luna park». Il Comune rinuncia alla fondazione e lo gestisce in casa, Fratelli d’Italia interroga il sindaco. Ogni giostra ha il suo gestore: il parco, ancora no
C’è un messaggio, a Vicenza, che non leggeremo mai. L’ha scritto Antonio Dalla Pozza, consigliere regionale del Pd e, ai tempi di Variati, assessore con la delega al Parco della Pace, dopo aver saputo dal Giornale di Vicenza che il parco se lo gestirà il Comune e che la fondazione annunciata non serve più. Al caporedattore che gli chiedeva di pubblicarlo ha risposto: meglio di no. Si sono accordati su un eufemismo, lo stupore, e su una frase che invece si può stampare: il Parco della Pace «non è un luna park».
Il luna park, a guardarlo da fuori, c’è. Giovedì l’assessore Leone Zilio ha presentato le novità: la pista per le macchinine elettriche, la palestra di arrampicata nell’hangar, la tensostruttura, l’ortoterapia, il chiosco. Negli stessi giorni il sindaco Possamai, dal palco di piazza Biade, ha annunciato l’attrazione grande: nel 2027 un concerto, artista ancora segreto. Sabato Fratelli d’Italia ha annunciato l’interrogazione, e il giro era completo.
La parola, però, è più esatta di quanto sembri. Un luna park non è un posto con troppe giostre. È un posto dove ogni giostra ha il suo padrone e la sua cassa, e della piazza non risponde nessuno. Al parco funziona già così: l’hangar a una società, il chiosco a un’altra per sei mesi, la tensostruttura a un’associazione sportiva. Le attrazioni hanno tutte un gestore. Il parco no.
Eppure il biglietto era stato staccato. Nel marzo del 2025 il Comune presentò un piano d’impresa di quasi quaranta pagine, commissionato apposta, e fu Zilio a tirarne la conclusione: lo strumento più adatto era una fondazione partecipata. A settembre, tagliato il nastro, la si dava per operativa entro l’inverno, e il parco era stimato in seicentomila euro l’anno. Dodici mesi dopo si fa sapere che di un gestore esterno non c’è l’esigenza, e che si vedrà se la gestione interna regge. La chiamano in house. Per ora, in casa, c’è soprattutto la lite.
Altro giro, altra corsa, gridano i giostrai. Nel 2023 erano Possamai e Variati ad accusare la giunta Rucco di avere snaturato il progetto con «giostrine e griglie», e di non aver deciso chi avrebbe gestito il parco, come, con quali risorse. Appena eletto, il sindaco constatò che non c’era «uno straccio di piano di gestione». Tre anni dopo l’accusa torna al mittente quasi con le stesse parole, e arriva da casa sua. È la giostra più veloce di tutte: a ogni giro cambia chi sta in sella, mai il cavallo.
Tacito, nell’Agricola, fa dire a un capo dei Caledoni che i Romani dove fanno il deserto lo chiamano pace. A Vicenza la disputa è più modesta: c’è chi la pace la vorrebbe un po’ più deserta, un’area naturale che non costi, e chi la preferisce a gettoni. Il paradosso è tutto qui: le giostre sono state chiamate per pagare il conto del parco e, a sentire chi il parco l’ha pensato, il conto sono loro.
Sabato, intanto, mentre Palazzo Trissino litigava, al parco si pedalava: una manifestazione ciclistica, i gazebo, le famiglie. Sotto l’intervista, sulla pagina Facebook del giornale, una ventina scarsa di commenti. I vicentini il parco lo usano, e non chiedono di chi sia la delega.
Perché le giostre, prima o poi, smontano tutte. Resta la piazza. E una città non si misura da quante attrazioni ha saputo chiamare: si misura da chi si presenta la mattina dopo, quando c’è solo l’erba da tagliare.



