Liste d’attesa on line

di Arrigo Abalti · Giugno 27, 2025

La trasparenza mette in evidenza le aree su cui lavorare nell’agenda della sanità

 

C’è un dato che si fa fatica a ignorare, anche volendo restare dentro la prudenza dei tecnici e la compostezza del linguaggio istituzionale: per una mammografia, in Italia, si può attendere fino a 320 giorni. Succede anche in Veneto. Anzi, succede proprio in Veneto. Nella regione che da anni viene raccontata – e in parte lo è – come uno dei modelli di efficienza del sistema sanitario nazionale. Ma la realtà, come spesso accade, ha una sua testardaggine.

La nuova piattaforma di Agenas, che monitora in tempo reale le liste d’attesa, ha reso visibile ciò che molti cittadini conoscevano già: le urgenze tengono, il resto arranca. Le prestazioni con priorità “U”, quelle da eseguire entro tre giorni, vengono in gran parte garantite. Ma appena si scende nella fascia delle richieste “programmabili” – visite specialistiche, esami di prevenzione, controlli post-acuti – il sistema rallenta fino quasi a fermarsi.

Ed è qui che emerge una criticità anche veneta. Perché la Regione investe – 45 milioni nel 2025 solo per abbattere le liste – e pianifica, con un monitoraggio settimanale delle agende e una regia centralizzata tra assessorato e ULSS. Eppure i numeri raccontano un affanno strutturale. Gli esami si accumulano, le prenotazioni slittano, e la medicina del territorio – che dovrebbe assorbire una quota importante della domanda – resta sottodimensionata.

Il punto è che il modello veneto si regge ancora su un equilibrio fragile. Ha retto negli anni migliori, ma mostra le sue crepe in tempi di carenza di personale e iper-burocratizzazione. La stessa macchina amministrativa che ha fatto la forza del sistema rischia ora di diventare un freno. La gestione dei tetti di spesa per il privato accreditato, ad esempio, finisce col trasformare le strutture convenzionate in una riserva di capacità che non si può usare fino in fondo, nemmeno quando servirebbe. E così, mentre l’ideologia del “tutto pubblico” viene superata nei discorsi ufficiali, nei fatti si continua a trattare il privato come una variabile accessoria.

Il tema non è nuovo. Ma in questa fase politica assume un significato diverso. Perché mentre il Governo – che pure ha stanziato risorse aggiuntive – cerca di tenere insieme centralizzazione e autonomia, le Regioni si muovono ognuna per conto proprio, e spesso la sanità diventa terreno di competizione più che di collaborazione. E il Veneto, in questa cornice, gioca una partita tutta sua: da una parte rivendica l’eccellenza gestionale, dall’altra non può ignorare i numeri.

Non è solo una questione tecnica. È una questione di credibilità istituzionale. Non si può dire che tutto funziona quando centinaia di migliaia di cittadini aspettano mesi per un esame di prevenzione. Non si può parlare di programmazione quando manca la flessibilità necessaria a rispondere alla domanda reale. E soprattutto, non si può continuare a pensare che il tempo sia una variabile neutra: nella sanità, il tempo è cura. E quando manca, diventa rischio.

Il Veneto ha gli strumenti per correggere la rotta. Ma serve una decisione politica, non una gestione d’ordinanza. Aprire le agende. Rivedere i tetti. Integrare davvero il privato nel sistema pubblico. E, soprattutto, liberarsi dalla retorica dell’eccellenza come copertura di ciò che non funziona più. Perché oggi il cittadino si misura con la data dell’appuntamento. E quella data, sempre più spesso, è troppo lontana.

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