di Arrigo Abalti · Febbraio 15, 2026
Dal civismo egemone alla normalizzazione. L’ex sindaco lascia il consiglio e si chiude una stagione iniziata quando la Lega non era di destra né di sinistra: era la Lega
Valter Orsi non è mai stato un amministratore neutro. È stato un politico puro, ma di una stagione diversa. Quando era segretario provinciale della Lega, la Lega non aveva ancora scelto definitivamente il suo campo. Non era destra, non era sinistra: era la Lega. Identitaria, territoriale, padana. Una comunità più che un partito.
Quella cultura politica – radicamento, autonomia, orgoglio locale – è stata il lievito del suo civismo scledense. Non un civismo ornamentale, ma un civismo strutturato, capace di governare per un decennio costringendo centrodestra e centrosinistra ufficiali a un’opposizione permanente. A Schio non comandavano le sigle. Comandava la lista civica. E soprattutto Orsi con la sua alchimia.
È questa l’eccezione che si chiude con le sue dimissioni dal consiglio comunale. Quando Orsi parla di “fine di un progetto, di un sogno”, non allude a un ritiro malinconico. Allude alla fine di una formula politica che aveva retto perché aveva un leader riconosciuto, un perimetro chiaro e una filiera personale.
Il suo civismo non era anti-partitico. Era post-partitico. Aveva assorbito la lezione leghista degli anni Novanta – il territorio prima di tutto – e l’aveva trasformata in amministrazione quotidiana. Schio era governata fuori dagli schemi, ma non fuori dalla politica. Una grammatica che ha avuto molti imitatori, ma lui era l’originale.
Con Orsi fuori dall’aula, quel sistema perde il suo baricentro. Cristina Marigo è l’erede istituzionale di quella stagione, ma non ne è l’architetto. E in politica l’architetto conta più del custode. Senza la sua figura di garante, la maggioranza civica rischia di trasformarsi in una somma di individualità.
Il dato vero è che ora si riapre il campo. I partiti tornano centrali. La Lega di oggi non è più quella di cui Orsi fu leader provinciale: è un partito nazionale, strutturato, collocato a destra. Fratelli d’Italia pesa, Forza Italia osserva. Il centrosinistra attende. La stagione dell’autosufficienza civica si incrina.
Per anni Schio è stata un laboratorio di autonomia politica. Non quella istituzionale invocata nei palazzi regionali, ma quella concreta: scegliere senza dover rendere conto a Roma o a Venezia. L’uscita di scena di Orsi segnala che quella stagione è finita.
La politica locale non vive di nostalgie. Vive di equilibri. E quando un equilibrio si rompe, il sistema si riallinea. Le prossime elezioni – quando arriveranno, vedremo se Marigo nel frattempo trova una formula per sopravvivere – non saranno più la riproposizione di una formula civica blindata. Saranno una competizione piena, con partiti e coalizioni a viso aperto.
Orsi rappresentava una generazione di amministratori cresciuti quando la Lega era una comunità identitaria prima che un partito di governo. Oggi quella generazione si ritira o si defila. E i territori tornano dentro la politica nazionale.
Schio perde la sua eccezione. E rientra nella normalità. Che in politica significa conflitto, competizione, appartenenza. Non è la fine della città. È la fine di un’illusione di autosufficienza.



