di Arrigo Abalti · Settembre 26, 2026
Quarant’anni di carriera tra Alto Adige, Friuli e Ossola, sempre a ridosso di una frontiera. A Vicenza le frontiere sono altre: una linea gialla intorno alla stazione, i quartieri che ne restano fuori, la soglia di casa
Ieri mattina, in viale Mazzini, il nuovo questore ha passato in rassegna il picchetto d’onore e ha deposto una corona sotto la targa di Alessandro Fui e Loris Giazzon. Quella parte della giornata non chiede commenti. Il resto era arrivato nei giorni precedenti, per comunicato: il ringraziamento al predecessore Francesco Zerilli, destinato a Trento, e il benvenuto del presidente della Regione, per cui l’apporto del nuovo arrivato «sarà prezioso per la città e per tutto il territorio vicentino». Formule corrette e intercambiabili, buone per qualunque questore in qualunque provincia.
Il nome, però, conviene guardarlo. Giancarlo Conte, sessant’anni, romano, in polizia dal 1985. Una carriera quasi tutta a ridosso di una linea di confine: la Polizia di Frontiera a Malles e al Brennero, il commissariato di Bressanone, la Digos di Bolzano. Lì ha curato la prima applicazione in Italia della legge Mancino contro le cellule di Blood & Honor e ha condotto le prime indagini italiane su Bandidos e Hell’s Angels. Poi il Friuli, da vicario a Pordenone e a Udine. Fino all’altro ieri era questore del Verbano-Cusio-Ossola, cioè della Svizzera vista dall’Italia. Un uomo che ha fatto il mestiere nel punto esatto in cui uno Stato finisce e ne comincia un altro.
A Vicenza troverà una frontiera già tracciata, e per giunta colorata. Il 14 settembre il Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza ha allargato la zona a vigilanza rafforzata e l’ha prorogata di sei mesi. La linea gialla sulla mappa della Prefettura parte dalla stazione, abbraccia i binari e l’autostazione e arriva a Parco Fornaci. Dentro quella linea ci sono più pattuglie, più controlli, più allontanamenti. Ma sappiamo tutti che non basta. Non facciamoci illusioni.
Poi c’è un altro problema. A febbraio Confcommercio ha chiesto a centoquaranta negozianti dove si sentono meno sicuri. Accanto al centro storico, che è la cartolina del problema di sicurezza che abbiamo, sono usciti i nomi dei quartieri: San Felice e San Lazzaro, San Pio X, la Stanga, Bertesina, Araceli, Anconetta, Ospedaletto. Le ore peggiori vanno dalle sei di sera all’una di notte. Il dato che pesa di più, però, è un altro: solo poco più della metà di chi aveva subito un reato l’aveva denunciato. È la seconda frontiera della città, quella tra ciò che succede e ciò che arriva in Questura, e nessuna mappa la disegna.
I numeri ufficiali stanno a metà strada tra la paura e la tranquillità. Nell’ultimo indice della criminalità del Sole 24 Ore Vicenza è cinquantunesima su centosette province: non è Milano, ma ha guadagnato otto posizioni nel verso sbagliato. In testa ci sono i furti e le truffe, soprattutto quelle informatiche. È una criminalità che raramente fa sangue e spesso fa danno, e che si combatte con la presenza più che con le retate. Per la presenza servono persone. Ad agosto in Questura sono arrivati quindici agenti nuovi. Un mese prima, quando l’assegnazione era ancora un’ipotesi, il titolo della stampa cittadina aveva già detto tutto: «così non si colmano le carenze».
E c’è quello che succede fuori città, dove la frontiera si stringe fino alla soglia di casa. A Malo, in una notte di fine agosto, tre giovanissimi sono entrati dalla finestra di una vedova invalida di settantanove anni e le hanno sfilato gli anelli mentre dormiva. A Marano un finto maresciallo ha telefonato a un’anziana per farsi preparare l’oro. A Isola Vicentina sei ragazzi, quattro minorenni, entravano di notte nel cortile di una donna di novantaquattro anni. L’allarme, a Malo, l’ha dato una vicina. A Marano il marito, che ascoltava la telefonata. A Isola le telecamere, riviste dopo. Ogni volta i carabinieri sono arrivati, e in fretta. «Ad avere paura deve essere chi commette reati», ha detto il sindaco di Malo, Moreno Marsetti. Giusto dirlo. Un po’ meno giusto che tocchi a un sindaco.
Il paradosso è tutto qui. Lo Stato cerca di presidiare la frontiera che ha disegnato sulla mappa, ma il presidio non è ancora percepito come tale, e fuori dalla linea gialla arriva quando lo si chiama. Arriva bene, ma arriva dopo. Beccaria l’aveva scritto in un capitolo dal titolo che sembra un programma di governo, Come si prevengano i delitti: è meglio prevenire i delitti che punirgli. Due secoli e mezzo dopo, nei quartieri del Capoluogo, a partire dal Centro, e nei paesi, la prevenzione la fa ancora la vecchia regola, meglio un vicino vicino che un fratello lontano.
Gli organici si decidono a Roma, non in viale Mazzini, e il dottor Conte li trova come sono. Ma il questore è l’autorità provinciale di pubblica sicurezza, e al tavolo con il prefetto la domanda su dove mettere le poche persone che ci sono arriva a lui. Di benvenuti ne ha ricevuti abbastanza e sicuramente ci uniamo al coro. Più utile, però, dirgli che a Vicenza le frontiere sono tre: la linea gialla intorno alla stazione, le vie dei quartieri che non compaiono su nessuna mappa, il davanzale di una villetta isolata alle quattro del mattino. Che la prima sia già presidiata rischia di essere solo un racconto, se nel recente sondaggio fatto in città la prima emergenza dichiarata nelle interviste è proprio la sicurezza. Il lavoro poi che resta da fare è anche sulle altre due, perché la sicurezza di una casa non dipenda da chi, quella notte, si è affacciato alla finestra.



