Pasque arzignanesi

di Arrigo Abalti · Aprile 5, 2026

Ad Arzignano sembra che tornino tutti. Gli ex sindaci. Gli ex vicesindaci. George Romero aveva già scritto la sceneggiatura

 

C’è una scena che si ripete nei film di George Romero. Il non morto si alza. Cammina. Torna. Non sa che è finita. Non sa che il mondo è andato avanti. Si presenta alla porta di casa e bussa. Come se niente fosse. Non è cattivo. Non è in malafede. È solo che non sa stare fermo.
Arzignano potrebbe essere la location del prossimo film.
Contiamo. Riccardo Masiero: candidato sindaco, coalizione di centrodestra, già in campo da febbraio. Enrico Marcigaglia: ex vicesindaco, candidato – si dice –  della Lega che va da sola, con Alessia Bevilacqua — ex sindaca — capolista. Stefano Fracasso: ex sindaco, centrosinistra, corsa propria come capolista del PD. Tre candidature. Tre ritorni. Una città di ventiseimila abitanti che non riesce a trovare una faccia che non abbia già governato.
Romero avrebbe adorato questa storia.
Manca solo Giorgio Gentilin, che di Arzignano fu sindaco per ben dieci anni. L’unico assente nell’appello degli ex. Silenzio. Ma ad Arzignano il silenzio è un genere letterario. Potrebbe essere il capolista della lista Masiero. Difficile della lista della Lega.  Potrebbe essere il colpo di scena tenuto per la fine. Chi non parla, in questa città, spesso ha già deciso. Nei film di Romero c’è sempre uno zombie che arriva per ultimo. Di solito è il più pericoloso.
Chiamiamola con il suo nome: è la resurrezione dell’usato sicuro.
La Lega va da sola. Scelta comprensibile, dopo che al tavolo provinciale è sfumata – pare – definitivamente ogni possibilità di coalizione unitaria. La rottura in consiglio comunale, il siluro all’allora vicesindaco Masiero, il commissariamento: ferite che non si suturano in una stagione. E allora il Carroccio ha scelto la propria strada. Marcigaglia candidato sindaco, Bevilacqua capolista. Lo schema è chiaro: il candidato sindaco porta il simbolo, il capolista porta i voti. L’ex sindaca ha una notorietà che Marcigaglia, pur solido, non può replicare. Più preferenze, più voti di lista, più peso nella coalizione. È lo stesso schema che Zaia ha applicato alle regionali — capolista, non candidato presidente — ribaltando tutti i sondaggi che davano Fratelli d’Italia in vantaggio. La Lega arzignanese ha studiato la lezione e ripropone lo schema con l’ambizione di ripetere il successo di novembre.
Il Partito democratico sta studiando ancora. Oscilla sul nome del candidato sindaco — Lazzaroni o Longhi, il segretario cittadino o l’avvocata, la riunione dopo Pasqua per decidere — ma su una cosa sembra già orientato: Stefano Fracasso capolista. Stesso schema della Lega. L’ex sindaco davanti, il nome più noto, quello che intercetta le preferenze e trascina la lista. Il candidato sindaco è la testa, Fracasso è il motore. Chi vota il Pd vota Fracasso, chi vota Fracasso porta voti al Pd. La geometria è semplice. L’esecuzione, meno.
Perché lo slogan è già pronto — “Noi fuori dal coro” — e la lista al novanta per cento. È il paradosso ricorrente della politica italiana: si parte dalla comunicazione e si arriva al candidato. Prima il titolo, poi il libro.
Il cliché di Lonigo si replica ad Arzignano, ma con una variante. Anche lì i nomi erano già stati usati. Anche lì la politica aveva pescato nel cassetto degli avanzi nobili. Ma a Lonigo gli ex sindaci — Luca Restello e Silvano Marchetto — si ripropongono per intero: candidati sindaci, in prima persona, senza mediazioni. Ad Arzignano lo schema è più sofisticato, o più cauto. Bevilacqua e Fracasso – per ragioni diverse, una è consigliere regionale e l’altro è viceprefetto di Magis, non si espongono sulla fascia tricolore. Si mettono in lista, davanti a tutti, a fare da locomotiva. Lasciano ad altri il rischio della candidatura e si tengono il vantaggio della notorietà. È proprio la stessa mossa di Zaia alle regionali — capolista, non candidato presidente — che ribaltò tutti i sondaggi che davano Fratelli d’Italia in vantaggio. Funzionò. Vedremo se funziona anche in riva al Chiampo.
Due candidature di centrodestra, divise e contrapposte. Una di centrosinistra. Una città spaccata.
Intendiamoci. Non è detto che l’usato sicuro sia sempre sbagliato. A volte è una formula. Funziona. I vecchi sindaci portano voti, portano reti, portano il ricordo di quando erano al governo e la gente aveva imparato a conviverci. Questo vale. I nomi noti abbassano il rischio percepito. Sono un investimento prudente in un mercato volatile.
Altre volte l’usato sicuro non è una scelta. È la necessità travestita da scelta. È l’assenza di una scelta. È il segnale che la politica arzignanese — di destra, di sinistra, di centro, della Lega — non è riuscita a generare una classe dirigente nuova. Non ha il ricambio. Non ha chi viene da fuori, chi porta un’idea che non sia già stata provata, chi non ha ancora un armadio in municipio con il proprio nome sopra.
Nei film di Romero gli zombie non sono i cattivi. Sono il sintomo. Il vero problema sono i vivi, chiusi dentro, che non riescono a mettersi d’accordo su cosa fare. Che litigano. Che si dividono. Che alla fine aprono la porta da soli.
Ad Arzignano la porta è già aperta.
Mancano poche settimane. Le liste devono raccogliere firme — 175 elettori ciascuna, tempo meno di un mese. I candidati devono uscire allo scoperto. I programmi devono avere un nome davanti.
E Gentilin, per ora, non risponde al telefono.
Ma oggi è Pasqua. E la Pasqua, lo sappiamo, è la festa dei ritorni. Cristo è risorto una volta sola. Ad Arzignano stanno facendo di meglio: risorgono tutti insieme, nello stesso giorno, nella stessa città, con la stessa certezza di avere ancora qualcosa da dire.
Che abbiano ragione o no, lo decideranno i ventiseimila. Il 25 maggio. Quando anche i sepolcri si aprono, si vota.​​​​​​​​​​​​​​​​

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