di Redazione · Aprile 11, 2026
Il fascicolo sanitario è arrivato all’ultima tappa. Sulla carta. La realtà ha un altro referto
C’è una parola, in Italia, che vale più di qualsiasi decreto ministeriale. È il condizionale. E Quotidiano Sanità, che di sanità si intende, ha titolato con chirurgica ironia sull’ultima tappa del Fascicolo Sanitario Elettronico: il sistema da domani “dovrebbe” andare a pieno regime. Le virgolette non erano un refuso tipografico. Erano una diagnosi.
Il 31 marzo 2026 era fissata la scadenza dell’ultima fase — la Fase III — del cronoprogramma stilato dal Ministero della Salute per la piena implementazione del FSE. Vent’anni di cantiere, miliardi del PNRR, tre governi, due pandemie, un Paese che nel frattempo ha imparato a usare il QR code al ristorante ma non il proprio fascicolo sanitario. Meno della metà degli italiani ha mai espresso il consenso alla consultazione dei propri dati. Qualcuno ha detto: digitalizzazione. Qualcun altro non ha sentito.
Il FSE esiste formalmente dal 2012. Come tutte le grandi riforme italiane, è esistito soprattutto nell’ordinamento. Quello che scatta con buona pace dei comunicati entusiastici non è la nascita del sistema, è il passaggio dalla promessa alla prova. E la prova, fino ad oggi, aveva numeri piuttosto eloquenti.
Nessuna Regione offriva l’intero paniere di oltre quaranta servizi e documenti previsti. Solo il 27% dei cittadini aveva usato il fascicolo nei tre mesi precedenti al collaudo finale, con un massimo in Veneto al 66% e un minimo in Basilicata, Marche, Puglia e Sicilia al 3%. Il consenso alla consultazione era in media al 44% — ma si andava dal 2% di Abruzzo e Calabria al 92% dell’Emilia-Romagna.
Due percento. Non è un dato sanitario. È una sentenza sul rapporto tra lo Stato e i suoi cittadini.
Le novità della Fase III sono, sulla carta, rilevanti. Anche poliambulatori, centri medici privati, studi odontoiatrici e laboratori d’analisi dovranno da ora caricare i documenti clinici entro cinque giorni dalla prestazione. I referti dovranno essere prodotti in formati digitali standardizzati, interoperabili in ogni Regione. La promessa è quella del passaporto sanitario: un medico di pronto soccorso a Palermo che vede le terapie di un paziente curato a Milano, e viceversa. Per chi si sposta, per chi ha patologie croniche, per chi si è perso tra i faldoni di tre ospedali diversi, la differenza sarebbe sostanziale. Se funzionerà.
Perché il punto non è la norma. La Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici riconosce che la compilazione dei profili sanitari sintetici — il cosiddetto Patient Summary, la carta d’identità clinica del paziente — richiederà anni prima di essere sistematicamente completata. Tra i fattori che rallentano: la carenza di medici di medicina generale in numerosi territori. C’è il paradosso italiano, sempre lo stesso: si legifera su uno strumento che dovrebbe essere alimentato da figure che mancano, in territori che non si sono attrezzati, con cittadini che non sanno nemmeno di avere un fascicolo.
In Emilia-Romagna, il 65% dei cittadini usava già il FSE nel primo trimestre 2025. La media nazionale era al 21%. Due Italie sanitarie, come due Italie in tutto. Una che ha costruito il sistema e lo usa. L’altra che aspetta il modulo in carta.
Eppure sarebbe sbagliato liquidare il FSE come l’ennesima riforma annunciata e mai compiuta. La scadenza del 31 marzo 2026 è perentoria anche per ragioni europee: la Commissione non accetterà documentazione integrativa per gli obiettivi del PNRR oltre il termine, rendendo giugno 2026 il limite invalicabile per la piena operatività. L’Europa, almeno, non usa il condizionale.
Il fascicolo sanitario elettronico è una buona idea. Come la cartella clinica unificata, il medico di famiglia, i Pronto Soccorso senza code. L’Italia è brava a concepire buone idee e ad attuarle a macchia di leopardo, con vent’anni di ritardo, con le virgolette nel titolo. Il “dovrebbe” di Quotidiano Sanità non è cinismo: è memoria storica. È il Paese che conosce se stesso.
La vera domanda non è se il fascicolo funzionerà. È se, tra dieci anni, torneremo a scrivere lo stesso editoriale — con una data diversa, e le stesse virgolette.




