L’infermiera di Mumbai

di Arrigo Abalti · Maggio 22, 2026

Tra formare e reclutare c’è una bella differenza

 

C’è sempre una notizia che andrebbe letta due volte. Quella di ieri firmata è una di queste. Titolo: “Corsia veloce per gli infermieri indiani”. Sottotitolo: in Italia ne mancano sessantamila, si firma un’intesa tra Roma e Nuova Delhi, si individuano titoli sovrapponibili, si evitano “lungaggini compensativi”, si predispongono piani di addestramento linguistico. La parola da sottolineare è quella in mezzo: compensativi. L’aggettivo con cui la burocrazia italiana certifica, candidamente, che il problema non è formare, ma compensare. Tradotto: pescare già pronti. Tradotto ancora meglio: andare in India a prendere quello che noi non riusciamo più a produrre.

È la fotografia di un Paese che ha smesso di ragionare in cinque anni e ragiona, ormai, solo in cinque mesi. Schillaci ha fretta — fine giugno mille Case di Comunità con un problema di personale dentro — e nella fretta sceglie l’operazione più rapida: l’accordo bilaterale. Si va dove il personale c’è già, si negozia, si firma, si comunica. La Germania, per la cronaca, lo fa da quindici anni e ha imparato a farlo meglio di noi: stipendi più alti, integrazione rodata, lingua insegnata in patria prima della partenza. Il Regno Unito lo fa ancora meglio. Gli Stati del Golfo pagano tre volte tanto. L’Italia entra in questo mercato in ritardo e con la moneta meno forte.

Il problema vero è un altro, ed è quello che gli infermieri italiani ripetono da mesi a microfoni che nessuno accende: la carenza non è uno stock, è un flusso. Non si risolve importando, si risolve formando. Ma siccome formare richiede tempo — quattro anni minimo, sei se conti la specializzazione — e siccome la politica italiana non ha tempo, ecco la corsia veloce. India. Stop. Il fatto che l’India abbia 1,6 infermieri ogni mille abitanti contro i nostri 6,2, e che dunque stiamo prendendo personale a un Paese che in proporzione ne ha meno di noi, è il tipo di dettaglio che nei comunicati ministeriali viene scritto in nota a piè di pagina. Quando viene scritto.

Eppure qualcuno, in Italia, l’alternativa l’ha già provata. Si chiama Federico Riboldi, assessore alla Sanità della Regione Piemonte. Marzo 2025: vola a Tirana con Università del Piemonte Orientale, Università di Torino e l’Ordine degli Infermieri. Firma un protocollo che non recluta — forma. Crea percorsi accademici in Albania perché gli infermieri albanesi escano dalle aule con un titolo riconosciuto contestualmente nei due Paesi, lingua italiana imparata sul posto, tirocini garantiti dalla rete ospedaliera piemontese. Non importa stock. Costruisce flusso. Il modello, peraltro, l’Università Cattolica con il Policlinico Gemelli lo aveva sperimentato già nel 2013 con il Ministero della Salute albanese. Il Veneto stesso, vent’anni fa, aveva accordi con istituti rumeni a Bucarest e Pitești. Tutto archiviato, tutto dimenticato. Mentre il Piemonte si muoveva, a Roma si scriveva il decreto India.

E qui entra il Veneto. Perché se c’è una Regione in Italia che possiede tutti i pezzi per fare meglio del Piemonte, è la Regione che si è appena data un nuovo presidente. Alberto Stefani, classe 1992, vicesegretario federale della Lega, primo presidente del Veneto dopo quindici anni di Zaia. Insediato a novembre. In Regione con lui, all’assessorato alla Sanità, Gino Gerosa. Direttore generale, Giancarlo Ruscitti. Tre uomini all’inizio del mandato, ancora liberi dall’inerzia delle pratiche correnti. È il momento in cui un’idea grande, se la si mette sul tavolo, può ancora diventare un programma.

L’idea sarebbe questa. Il Veneto ha l’Università di Padova — una delle prime cinque facoltà di Medicina italiane, ottocento anni di storia, una rete clinica che da sola vale la metà del sistema sanitario regionale. Ha Verona. Ha Treviso, Vicenza, Mestre. E ha — questa è la parte che a Roma vedono — Medici con l’Africa CUAMM. Sede a Padova. Settantacinque anni di attività. Nove Paesi dell’Africa subsahariana. Diecimila tra medici, infermieri, ostetriche e operatori comunitari formati direttamente nei loro Paesi, con il marchio dell’Università di Padova e la pazienza dei missionari laici. Il CUAMM ha costruito scuole infermieristiche in Etiopia, Mozambico, Uganda. Le gestisce. Le finanzia. Le porta avanti da decenni. Le sue infrastrutture didattiche sono già lì, già operative, già riconosciute dai ministeri della salute locali. Non c’è una Regione italiana che possa vantare un asset internazionale comparabile. Eppure il sistema sanitario veneto, finora, ha usato il CUAMM come patrimonio etico-religioso e quasi mai come strumento di politica sanitaria.

La proposta a Stefani, Gerosa e Ruscitti è esattamente questa: smettere di trattare il CUAMM come un’opera di carità e cominciare a trattarlo come un’infrastruttura. Un protocollo a tre — Regione Veneto, Università di Padova (con Verona dentro), CUAMM — che apra percorsi di formazione infermieristica in Etiopia, Mozambico, Uganda. Studenti formati lì, curriculum certificati congiuntamente, lingua italiana dal primo anno, tirocini divisi tra ospedali locali del CUAMM e aziende sanitarie venete, titolo riconosciuto in entrambi i Paesi. Non reclutamento di personale già formato. Co-formazione di personale che, una volta diplomato, ha un canale privilegiato per venire a lavorare nel Veneto, e nello stesso tempo ha rafforzato il sistema del proprio Paese, dove le aule del CUAMM continueranno a funzionare anche per chi sceglie di restare. È il modello che va oltre quello indiano: là dove Roma sottrae personale a un Paese più povero del nostro, il Veneto costruirebbe capacità formativa che resta anche dopo che chi vuole partire è partito.

C’è poi una considerazione politica, e nemmeno troppo nascosta. Stefani è leghista, e la Lega ha costruito quarant’anni di identità sull’autonomia. Ma l’autonomia, se è una cosa seria, non è solo capacità di trattenere i fondi che si producono in casa. È capacità di muoversi sul mondo senza aspettare il Ministero. Una controproposta veneta — formiamo in Africa con la nostra università e la nostra ONG — sarebbe federalismo nel senso letterale e più nobile della parola. Costruita dal basso, partita dal territorio, capace di esportare modello invece di importare manodopera. La Lega dovrebbe sognarsela. Fratelli d’Italia dovrebbe abbracciarla per non lasciarla solo a Salvini. E Forza Italia dovrebbe ricordarsi che con l’Albania, dieci anni fa, ci aveva già provato il Gemelli, che è università cattolica come Padova ha radici cattoliche profonde.

Servono soldi, certo. Servono accordi diplomatici. Serve una governance a tre, con cabina di regia regionale e comitato scientifico congiunto. Serve, soprattutto, un’idea politica nuova — l’idea che il Veneto, in sanità, non si limiti a comprare ma cominci a produrre. Il Veneto, in altri settori, queste cose le ha sempre sapute fare. Le concerie del Chiampo, le piattaforme di Marghera, l’agroalimentare trevigiano, le fonderie del vicentino: nessuno di questi distretti è nato comprando capacità da fuori. Sono nati formando, dentro, le competenze che servivano, in alleanza tra istituzioni e imprese. Adesso si tratta di applicare lo stesso metodo all’infrastruttura più strategica di tutte: il personale sanitario.

C’è una vecchia regola del Veneto che dice: prima si fa, poi si dice. Funziona ancora, in fondo. Stefani, Gerosa e Ruscitti hanno davanti quattro anni e mezzo di mandato. Possono passarli a inseguire i decreti che arrivano da Roma sulla corsia veloce per gli infermieri indiani. Oppure possono lanciare, nei prossimi sei mesi, un programma che fra cinque anni darà al Veneto i primi infermieri formati ad Addis Abeba, Beira, Wolisso — con la firma dell’Università di Padova sulla pergamena e l’italiano imparato in aula da insegnanti pagati dalla Regione. È una scelta di metodo. Ma anche, e soprattutto, una scelta di stile. Il Veneto che compra contro il Veneto che produce. L’autonomia spiegata e l’autonomia praticata. La sanità che subisce le carenze e la sanità che si organizza per non averle più.

A Roma si firma con l’India. A Padova, l’università più antica del Veneto, e l’ONG più antica della cooperazione sanitaria italiana, aspettano da decenni che qualcuno chieda loro di mettersi al servizio del sistema regionale, e non solo del Sud del mondo. Sono lì. Hanno le aule. Hanno il metodo. Hanno la rete. Manca solo la telefonata. Stefani, se vuole, può farla domattina.

 

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