Il potere

di Arrigo Abalti · Maggio 24, 2026

A Lonigo e Arzignano il centrodestra non si divide per linee politiche. Si divide perché nessuno accetta più di essere parte di un progetto

 

A Lonigo, in questi giorni, gli ex sindaci tornano come fantasmi rinascimentali. Camminano per il corso col passo di chi ha già governato e la fame di chi vuole governare ancora. Dimagriti. Sono sempre dimagriti, i reduci. Il potere, quando ti lascia, ti toglie chili. Il profumo della rivincita, quando si avvicina, te ne toglie altri.

Pierluigi Giacomello, sindaco uscente, ha fatto la cosa che fanno gli amministratori scaltri: ha annusato il vento e si è messo con Lega e Fratelli d’Italia. Mossa logica, mossa di chi vuole sopravvivere alla legislatura successiva. Solo che nel Veneto profondo non esistono successioni ordinate. Esistono restaurazioni.

Ed ecco riapparire Luca Restello. Ex sindaco leghista, cinque anni di esilio, due liste civiche al seguito e quella corte di scontenti che ogni amministrazione produce come scarto industriale. Lo descrivono “dimagrito”, che nel lessico delle voci di paese significa: pronto. Significa: potrebbe tornare.

Poi c’è Silvano Marchetto, altro ex sindaco, altra anima che non si rassegna. Forza Italia gli si schiera dietro. Non per affinità. Per geografia. Perché nel Veneto delle partecipate, delle fondazioni, delle consulte e delle nomine, restare fuori da una coalizione vincente significa sparire dalla cartografia del potere. E sparire, per certi uomini, è peggio che perdere.

Sembra tutti contro tutti. È invece tutti per la stessa cosa: il diritto di restare necessari.

Ad Arzignano stessa scena, attori diversi. La Lega si stacca e corre da sola con Enrico Marcigaglia. Riccardo Masiero raccoglie il resto del centrodestra. Anche qui niente ideologia, niente eresie dottrinali. Solo la più antica domanda veneta: chi comanda davvero in questo Comune.

Perché il Veneto delle brochure regionali — moderato, efficiente, prosecco e operosità — è una favola buona per i convegni di Confindustria. Quello vero è un mosaico di potentati municipali dove il sindaco non amministra: regna. Decide il piano regolatore, telefona alla farmacia, inaugura la rotonda, media tra il parroco e la cooperativa, ascolta il geometra come si ascoltava un tempo il monsignore. È il terminale fisico del potere, l’unico che la gente riconosca a vista.

E infatti il dato curioso non è che il centrodestra si divida. È che continui a dividersi restando egemone. Come certe casate rinascimentali che si scannavano nel cortile interno perché fuori dalle mura non c’era più nessun nemico credibile.

Il centrosinistra a Lonigo prova a farsi vedere con De Toni. Riccardo Contro presidia l’antagonismo. Ma sono comparse in una guerra civile altrui. La partita vera si gioca dentro il blocco vincente — come sempre accade quando un’egemonia entra nella sua fase tarda: gli imperi non cadono per invasioni, cadono per litigi di famiglia.

Galan prima e Zaia poi, per 25 anni, hanno tenuto insieme questa costellazione di sindaci, ex sindaci, civiche e microfeudi con una forza personale che assomigliava più a una monarchia consuetudinaria che a una segreteria di partito. Ma se l’era Galan è finita da un pezzo, il post-Zaia è cominciato nei Comuni molto prima che in Regione. Le amministrative vicentine sono la prova: i ras locali hanno smesso di aspettare istruzioni da Venezia.

Somigliano ai condottieri italiani del Quattrocento. Formalmente fedeli all’imperatore. Sostanzialmente proprietari del proprio esercito.

Solo che al posto delle compagnie di ventura hanno le liste civiche. E al posto delle armature, il fascione tricolore appeso dietro la scrivania, al primo piano del municipio.

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